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40 anni fa esplodeva Chernobyl. I problemi irrisolti e quelli nuovi del settore nucleare

Da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto
giovedì 23 aprile 2026

Fra pochi giorni saranno 40 anni dal 26 aprile 1986, giorno in cui esplodeva la centrale nucleare di Chernobyl nel nord dell'Ucraina allora parte dell'URSS. Per giorni il governo comunista non comunicò nulla, ma in breve fu impossibile tenere nascosta l'enorme nube radioattiva che ricoprì quasi tutta l'Europa. In ultima analisi, l'incidente fu dovuto alla sistematica rimozione/disattivazione da parte degli operatori di tutti i "freni" di sicurezza, portando l'impianto ad operare in una situazione del tutto fuori dalle specifiche di progetto e che mai avrebbe dovuto essere permessa. Le conseguenze furono catastrofiche e provocarono uno dei più gravi incidenti della storia, confrontabile solo con quello di Fukushima del 2011, con conseguenze tutt'ora percepibili in tutto il continente europeo nelle concentrazioni di Cesio-137, Stronzio-90 ed altri isotopi radioattivi ancora ben rilevabili nelle zone più colpite, compresa l'Italia. Ovviamente, i danni maggiori furono nelle immediate vicinanze della centrale per via della ricaduta dei materiali più radioattivi e pesanti (uranio, plutonio): tutt'ora è circondata da decine di chilometri di zone altamente contaminate e città abbandonate da un giorno all'altro. Oltre ciò, dal 2022 l'impianto è minacciato dagli eventi bellici della guerra Russo-Ucraina, così come la centrale di Zaporižžja. Per non parlare degli impianti iraniani o israeliani minacciati da altri conflitti.

Oggi i problemi degli impianti nucleari restano gli stessi e sono amplificati dalle accresciute tensioni internazionali: costi e tempi di costruzione sistematicamente maggiori dei preventivi di svariate volte (fino a 5-8 volte maggiori), vulnerabilità ad attacchi esterni (paradossalmente maggiori oggi che nel 1986), assenza di reali soluzioni definitive per le scorie (che mantengono la loro pericolosità per centinaia di migliaia di anni) nonostante quasi 70 anni dalla nascita delle prime centrali, filiera del combustibile che produce comunque quote significative di CO2. Neanche vengono in aiuto la 3° o 4° generazione o i cosiddetti Small Modular Reactor, che tanto piccoli in realtà non sono e di cui ad oggi non esistono filiere produttive ma in grandissima parte solo studi e ipotesi. Peraltro tali progetti, analizzati nel merito, non paiono neanche mantenere le promesse della pubblicistica, richiedendo combustibile con uranio maggiormente arricchito (HALEU) (fino al 20%, quando i reattori attuali possono funzionare con un arricchimento dallo 0% al 3%), costi dell'elettricità prodotta tutt'altro che inferiori, tecnologie non provate, identici o maggiori pericoli per le scorie a causa del maggior arricchimento, totale e inevitabile dipendenza per tecnologie e combustibile dall'estero (fra cui anche la Russia). Insomma, nessuna effettiva indipendenza energetica e nessun costo più basso dell'elettricità, oltre a tempi di implementazione ottimisticamente di almeno 10-15 anni.

Appaiono decisamente più immediate, economiche ed efficaci per la decarbonizzazione e l'autonomia energetica le fonti rinnovabili, per quanto alcune tecnologie (ma solo quelle, essendo il "combustibile" gratis) siano in parte di provenienza extra-europea. Inoltre, nello scenario internazionale oggi politicamente instabile, la possibilità di una produzione distribuita in migliaia di piccoli impianti anziché in grandi centrali costituisce un elemento di essenziale resilienza e sicurezza contro gli attacchi esterni che è tutt'altro che da trascurare.

Fonti