Giorgio Amitrano: un traduttore dall'altro mondo, ma pur sempre di casa

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intervista a cura di Cloj

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venerdì 20 giugno 2008

Microbiografia

Per la penultima intervista prima della pausa estiva, Wiki@Home ha incontrato il professor Giorgio Amitrano, docente di lingua giapponese all'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale", noto per la sua apprezzata attività di traduttore dalla lingua giapponese in generale e di Banana Yoshimoto in particolare, per la quale ha ricevuto apprezzamenti estremamente lusinghieri su diversi organi di stampa (Espresso, La Stampa, Repubblica, e altri) e che proprio quest'anno gli ha valso il Premio Grinzane Cavour per la traduzione.

Le traduzioni

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Quanto è consentito tradire il significato letterale o "riscrivere" il romanzo per rendersi comprensibili? Quali sono gli aspetti più difficili da rendere nella traduzione dal giapponese?

Giorgio Amitrano: Il traduttore ha l’obbligo di trasmettere al lettore della lingua d’arrivo le stesse informazioni presenti nel testo originale, senza omissioni e senza aggiunte. Però, assolto questo compito, è libero di rimodellare la frase come ritiene giusto, non per assecondare il proprio gusto personale e “riscrivere” a modo suo l’opera, ma per avvicinarsi quanto più possibile alle intenzioni dell’autore. Naturalmente sarebbe bello rispettare anche l’ordine delle frasi, seguire la stessa punteggiatura. Penso che ogni traduttore cerchi di farlo, ma non sempre è possibile, soprattutto quando si traduce da lingue come il giapponese, caratterizzate da una struttura sintattica molto diversa.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Il suo lavoro di traduzione è particolarmente apprezzato ed elogiato, anche presso il pubblico più vasto; di solito però i traduttori sono quasi ignorati, considerati in qualche modo superflui: secondo lei perché non ha avuto lo stesso destino?

G.A.: Ci sono molti altri traduttori conosciuti e apprezzati come e più di me, e trovo che l’attenzione per le traduzioni stia crescendo. I critici più sensibili già decine di anni fa sottolineavano il valore di alcune traduzioni, ma di recente mi capita sempre più spesso di leggere recensioni o articoli in cui il lavoro dei traduttori è giustamente valorizzato. Il problema della invisibilità dei traduttori in Italia è legato in gran parte alla distrazione degli editori. Salvo alcune rare eccezioni, i meno attenti nei confronti dell’importanza della traduzione sono stati, e in parte continuano a essere, gli editori.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Crede che bisognerebbe dare maggiore evidenza ai nomi dei traduttori, ad esempio scrivendoli in copertina (come all'estero sembra che stiano cominciando a fare), eventualmente imponendolo per legge (anche se l'obbligo di nominare il traduttore per usufruire del diritto di citazione è ignorato dai più)?

G.A.: Sì, sarebbe giusto. In Giappone il nome del traduttore è sempre, e da sempre, stampato in copertina, e persino sul dorso, con lo stesso rilievo che si dà al nome degli autori. Ciò accade anche se lo scrittore è famosissimo e il traduttore uno sconosciuto. È una forma di rispetto che mi sembra assai civile. In Italia siamo lontanissimi da questo. Una delle ragioni addotte dagli editori è che scrivere un nome in più in copertina potrebbe creare confusione rovinando la purezza grafica. Eppure le copertine dei libri giapponesi sono le più belle del mondo!

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg In generale, gli editori quanto apprezzano il lavoro dei traduttori, e quanta libertà lasciano loro, e a lei in particolare?

G.A.: Come ho già detto, secondo me in generale gli editori italiani non considerano il lavoro dei traduttori con sufficiente attenzione. Ne capiscono l’importanza meno dei lettori comuni. Altrimenti non si continuerebbe, nel 2008, a pubblicare traduzioni di seconda mano, cioè tradotte da altre lingue, come capita tuttora anche presso grandi editori. Ovviamente ci sono delle eccezioni, editori che riconoscono in pieno questa importanza e valorizzano il ruolo del traduttore. Io ho avuto la fortuna di costruire col tempo un buon rapporto con gli editori, e lavoro solo per quelli con cui ho una ottima intesa. Ma ho avuto anche brutte esperienze agli inizi, e ho dovuto lottare con i denti per difendere certe mie scelte. Mi sono conquistato il diritto di avere l’ultima parola, ma è un diritto che cerco di esercitare con umiltà. I redattori delle case editrici sottopongono le mie traduzioni a un editing accurato e io nella maggior parte dei casi ascolto le loro osservazioni e accolgo i loro suggerimenti con sincera gratitudine. Un bravo redattore contribuisce molto alla buona riuscita della traduzione. Per essere del tutto sincero, aggiungo che a volte bisogna scendere anche a compromessi, cioè accettare dei suggerimenti di cui non si è completamente convinti. Succede quando il redattore insiste sulla difficoltà che il lettore incontrerebbe nel trovarsi di fronte a scelte di traduzione un po’ eccentriche. Per esempio, mi viene spesso consigliato di eliminare le onomatopee, numerosissime in giapponese. Io tendo il più possibile a conservarle, ma quando mi viene fatto notare che in italiano risultano strane o artificiose, mi convinco e le elimino, sebbene un po’ a malincuore.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg I traduttori hanno l'importante compito di far comunicare, e quindi incontrare, letterature e culture che resterebbero impermeabili per pura incomunicabilità. Ritiene che il suo lavoro di traduzione abbia migliorato il dialogo fra le culture giapponese e italiana, e che cosa può fare un traduttore per incentivare questo aspetto?

G.A.: Sì, a costo di sembrare immodesto, penso che il mio lavoro, insieme naturalmente a quello di tanti miei validissimi colleghi, abbia contribuito a far conoscere in Italia la cultura giapponese e a migliorare il dialogo fra la cultura giapponese e quella italiana. Per incentivare questo aspetto bisogna solo continuare a lavorare, cercare di farlo il meglio possibile, e proporre agli editori gli autori e i libri giusti.

Banana Yoshimoto

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Lei ha tradotto circa i 3/5 dei romanzi di Banana Yoshimoto pubblicati in Italia; gli altri sono stati tradotti da Alessandro Giovanni Gerevini, con cui ha anche diviso il lavoro di traduzione di Sonno profondo: qual è il rapporto fra due traduttori dello stesso autore o addirittura della stessa opera? Avrebbe voluto tradurre tutti i romanzi di Banana Yoshimoto? Questa divisione del lavoro è stata consensuale o imposta per esigenze editoriali?

G.A.: Ho conosciuto Alessandro Giovanni Gerevini perché mi chiese di fare da correlatore per la sua tesi di laurea su Banana Yoshimoto e sono stato io a presentarlo alla Feltrinelli. Credo che scegliere di alternarsi sia stata un’ottima soluzione per entrambi perché ci ha permesso di restare fedeli a Banana mantenendo ognuno un proprio spazio di lavoro indipendente. Io sono molto preso dal lavoro universitario, traduco anche altri autori, scrivo, e anche Alessandro insegna in una università di Tokyo ed è scrittore in proprio. Abbiamo un rapporto di amicizia ormai di vecchia data.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Quali sono gli aspetti dei romanzi di Banana Yoshimoto più difficili da rendere?

G.A.: È una scrittrice estremamente difficile da tradurre, molto più di un altro dei miei autori preferiti, Murakami Haruki. Spesso le sue frasi, anche se a una prima lettura appaiono semplici e fluide, sono di ardua interpretazione, ambigue. Quindi, prima ancora di quello della resa in italiano, pongono un problema di comprensione. Vi sono molte immagini poetiche, nate da intuizioni fulminee che l’autrice trasferisce sulla pagina senza elaborazioni intellettuali. Inoltre il suo pensiero sembra cambiare direzione più volte all’interno dello stesso periodo, come seguendo le variazioni di corrente di un flusso emotivo imprevedibile, e il rischio è che brani del genere possano apparire irrisolti e contraddittori. Scioglierne i nodi interni senza aggiungere spiegazioni è complicato, ma necessario a restituire quell’espressione di immediatezza tipica dello stile di Banana.

Il Giappone

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Come e quando s'è avvicinato per la prima volta alla cultura giapponese?

G.A.: Quando ero studente di liceo mi capitò di leggere un paio di romanzi giapponesi e di vedere qualche film di Kurosawa (la televisione li trasmetteva in prima serata!), ma prima di iscrivermi all’università e di scegliere il giapponese come lingua principale i miei rapporti con questa cultura erano ancora casuali e sporadici.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Con quale frequenza visita il Giappone? Quanto è importante per il suo lavoro rimanere in contatto diretto con la lingua parlata e le sue evoluzioni?

G.A.: Ci vado di solito una o due volte all’anno. Recarmi in Giappone di frequente mi aiuta a rimanere in rapporto con i mutamenti della lingua, imparare i neologismi più frequenti ecc. Penso che per chi traduce autori contemporanei andare spesso in Giappone sia un’assoluta priorità.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Nella cultura occidentale i comportamenti e la cultura giapponese sono spesso percepiti come una caotica commistione di retaggi medievali, iper-americanismo tecnologico e tratti alieni e incomprensibili. Questa impressione ha qualche fondamento? Se vera, ha dei riflessi nella lingua?

G.A.: In realtà quella che vista dall’Occidente appare come una “caotica commistione” è semplicemente una cultura che, come tutte le culture del mondo, è il risultato di una costante elaborazione di elementi endogeni e esogeni, e in cui tradizione e innovazione interagiscono in maniera più armoniosa di quanto appaia dall’esterno. Anche l’Italia, vista dall’Oriente da una prospettiva del genere, probabilmente apparirebbe non meno medievale e americanizzata del Giappone. Solo che noi non ne siamo consapevoli, perché gli elementi americani sono ormai talmente assimilati che non li avvertiamo come esterni. Le generazioni cresciute in Italia con i fumetti e i cartoni animati di Disney e della Marvel e le Barbie non hanno, credo, la sensazione che la loro infanzia sia stata colonizzata dall’immaginario americano. Ci sembra che questi elementi facciano parte del nostro retaggio culturale, e dimentichiamo che ci sono arrivati dall’esterno. Naturalmente questa “caotica commistione”, che io chiamerei più positivamente, con un’espressione alla Fosco Maraini, “sintesi di elementi endogeni ed esogeni”, si riflette nella lingua. In giapponese la lingua registra e accoglie con rapidità ogni mutamento. Un giapponese del XIX secolo leggerebbe con grande difficoltà il romanzo di uno scrittore contemporaneo, pieno di parole che un tempo non esistevano.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Quali sono secondo lei i maggiori autori giapponesi ancora non tradotti e pubblicati in Italia?

G.A.: Ci sono molti scrittori mai tradotti, ma anche molti altri tradotti solo parzialmente. Ne cito alcuni un po’ alla rinfusa: Ôoka Shôhei, Uchida Hyakken, Hayashi Fumiko, Futabatei Shimei. Anche Dazai Osamu, che ha goduto di una certa popolarità quando fu pubblicato in Italia molti anni fa, andrebbe tradotto di più. Le sue opere conosciute da noi sono ancora troppo poche, e in genere tradotte dall’inglese.

L'universo Wiki*

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Ha mai utilizzato i progetti Wikimedia per il suo lavoro?

G.A.: Sì. È un mezzo di informazione e conoscenza molto rapido, pratico e utile. Utilizzo spesso anche le voci di Wikipedia in giapponese, in genere molto ricche di informazioni. Spesso mi aiutano a orientarmi anche nella ricerca di fonti cartacee e mi forniscono indizi facendomi risparmiare del tempo. Però il carattere di modificabilità, che rende Wikipedia uno strumento così leggero e duttile, segna anche il limite della sua affidabilità in un ambito scientifico. Quindi nella produzione scientifica, per esempio nella stesura di un articolo per il quale ho bisogno di fonti di indiscussa autorevolezza, utilizzo solo fonti cartacee. È una necessità metodologica, nella quale si innesta forse anche un elemento psicologico. Come studioso e lettore sono cresciuto leggendo libri, riviste e giornali fatti di carta, e non posso e non voglio rinunciare a questa dimensione, per me insostituibile.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg I progetti Wikimedia, nonostante il forte accento internazionalista, sono spesso piuttosto chiusi per reciproca incomprensione linguistica. Quanto pensa che siano utili le traduzioni di voci di Wikipedia (ad esempio) da e verso progetti in lingue poco conosciute dagli italiani (e viceversa, i cui parlanti conoscono poco l'italiano), come il giapponese?

G.A.: Penso che potrebbero essere molto utili per chi non può leggere quelle voci nella lingua originale.
Wikinotizie
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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Sarebbe disposto a tradurre voci da e verso la Wikipedia giapponese, pur sapendo che sarebbero modificabili da chiunque?

G.A.: Negli anni credo di avere acquisito un know-how come traduttore letterario fatto di esperienza, letture, riflessioni, errori. Penso di poter dare di più concentrandomi su questo lavoro. Non tradurrei quindi voci di Wikipedia così come non tradurrei voci per una enciclopedia. Penso che altri, meno portati per la traduzione letteraria, ma validi esperti di entrambe le lingue, potrebbero svolgere questo compito meglio di me.