Giornalismo è libertà: fare stampa nel XXI secolo è ancora possibile?

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Nell'anniversario della dipartita di una nota reporter, una panoramica sulla libertà di stampa oggi e sulla sua importanza nella democrazia e nella storia

“L'unico dovere di un giornalista è

scrivere quello che vede.”

(Anna Politkovskaja, assassinata.)

Oggi ricorre il primo anniversario della morte di Daphne Caruana Galizia, la giornalista e blogger maltese violentemente assassinata in un pomeriggio di ottobre dell'anno scorso, dall'esplosione di una bomba nella sua automobile. Quale migliore momento per tornare a riflettere su quanto sia importante la libertà di fare giornalismo, la libertà di informare i lettori su ciò che forse può essere importante anche per loro stessi. La totale imparzialità, come affermava Salvemini, non esiste ma l'onestà intellettuale e la ricerca costante del vero da condividere con i lettori, oggi e da sempre, può rivelarsi davvero pericolosa per chi esercita la professione più amata da alcuni (e più odiata da altri) in tutto il mondo fin da quando esiste. Spesse volte, si tende a dimenticare che la libertà di stampa è la massima espressione della democrazia all'interno dello Stato di diritto, in quanto diviene lecito il dissenso, si aprono dibattiti, si fa in modo che la società stessa progredisca grazie ai flussi ininterrotti di idee che passano attraverso la carta stampata (ed oggi attraverso i media in generale), naturalmente nel rispetto della morale. Ciò è garantito in Italia dall'articolo 21 della Costituzione, ma non è sempre stato così nel corso dei tempi. Un esempio lampante di quanto il diritto di espressione per mezzo dei media sia stato oggetto di vere e proprie lotte di rivendicazione è la storia di John Wilkes, che nel 1763 riuscì a scatenare un vero e proprio terremoto politico nell'Inghilterra di Giorgio III, riuscendo ad ottenere una possibilità importantissima: criticare liberamente l'operato dello Stato senza incappare in sanzioni o condanne, lievi o gravi che fossero, oltre a poter divulgare i dibattiti parlamentari integralmente. Anche se la grande innovazione è dovuta a John P. Zenger, sicuramente fautore indiretto (grazie ad una sentenza molto nota all'epoca della rivoluzione americana, che costituisce un precedente negli ordinamenti di stampo anglosassone) del Primo Emendamento della Costituzione Americana, l'atteso riconoscimento legale della libertà di stampa nella sua interezza all'interno della legge fondamentale più antica tuttora in vigore.

Messaggeri di verità o ficcanaso a contratto che siano, però, a tutt'oggi la situazione continua a non essere delle migliori. Secondo il rapporto “Freedom of the Press 2017", pubblicato annualmente da Freedom House, il 66,5% dei paesi mondiali ha un'informazione semi-libera o non libera. Neanche lo scorrere del tempo, dunque, ha cancellato le tracce del passato. Questo dato fa riflettere: è impensabile affrontare temi come la globalizzazione (che implica per natura la circolazione delle informazioni) se in questo istante (proprio come in Sostiene Pereira di Tabucchi) in 2 paesi su 3 ad un giornalista non è permesso di svolgere liberamente il proprio lavoro e probabilmente in uno di questi si sta assistendo all'arresto di qualche professionista della parola.

Ancora più elevato è il numero di giornalisti uccisi per le proprie opinioni e per le proprie inchieste. Sempre nel 2017, Reporter Senza Frontiere stimava in 65 i giornalisti uccisi durante l'anno e in 1035 le vittime nei 15 anni precedenti. I numeri degli imprigionati nello stesso lasso di tempo raggiunge invece quasi la decina di migliaia. Condizioni assurdamente crudeli sono da associarsi ad alcune di queste morti, che spesso avvengono in contesti particolarmente violenti. Un esempio è Vyacheslav Veremiy, del quotidiano ucraino “Vesti”, brutalmente picchiato ed assassinato a Kiev nel 2014 da una banda di persone a volto coperto nel corso di una rivolta di piazza, oppure Steven Sotloff, rapito e poi assassinato dai miliziani di Daesh, sempre nel 2014. Se queste morti sono avvenute in contesti violenti, però, anche qui c'è un'eccezione: Ján Kuciac, slovacco, ucciso a seguito di indagini troppo profonde, in periodo di pace. Un ulteriore caso emblematico resta sicuramente l'attentato del 2012 a Malala Yousafzai, rea di rendere note al mondo le condizioni degradanti e inumane della regione nella quale viveva. Infine, occorre ricordare le intimidazioni e i vari assassinii premeditati, che a titolo esemplare hanno portato in maggio i servizi segreti ucraini ad inscenare il decesso di Arkadij Babčenko, corrispondente di guerra russo, il cui assassinio prevedeva un compenso per i sicari di circa 40.000 dollari. Ma si potrebbe andare avanti per ore o addirittura per giorni interi.

Ciò che si pensa è che la panoramica che emerge da questi dati, fortemente allarmante per la società odierna e per le organizzazioni internazionali, può essere superata dalle varie nazioni. Diverse organizzazioni non governative, politici ed esperti hanno nel corso del tempo evidenziato la necessità di avviare nuove alleanze e cooperazioni (con il pieno rispetto dei patti tra Stati, fondamento generale per un dialogo senza barriere) per riuscire a garantire libertà fondamentali, proprio come quella di stampa, con il fine di migliorare sensibilmente le condizioni, talvolta critiche, delle persone coinvolte.

Oggi, infatti, in molti ritengono i diritti umani in serio pericolo in alcune parti del mondo e diverse volte alcune testate giornalistiche (come HuffPost[1] o l'ancora più noto Guardian [2]) hanno cercato di porre all'attenzione del pubblico delle analisi in merito, giungendo alla stessa conclusione: fintanto che non si intraprenderà alcun genere di azione in merito, la situazione, per quanto già drammatica, potrebbe essere destinata a peggiorare significativamente.

Fonti[modifica]