Intelligenza artificiale: in cosa consiste realmente e chi sopravvivrà?

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mercoledì 7 novembre 2018

Una sfida aperta all’economia globale allo scopo di condurre l’essere umano all’innovazione e al cambio di prospettiva sul destino comune

Un importante argomento d’attualità, un concetto sempre più interpretato in diversi modi: una realtà ancora totalmente da sviluppare e rendere innovativa. Si parla dell’intelligenza artificiale. La tematica ha preso facilmente piede in molti discorsi nell’ultimo decennio, anche se le radici dell’intelligenza artificiale analitica hanno origine intorno al 1950; periodo nel quale si posero le basi per lo sviluppo dei primi software di machine learning che avrebbero portato, col passare del tempo, alla sempre maggior diffusione dell’automazione. Alcuni ricercatori ritengono che l’epoca in cui viviamo non sia ancora pronta ad accogliere un sistema generale più efficiente dell’uomo; altri sono generalmente pessimisti e non garantiscono alcuna soluzione alla questione; altri ancora non si rendono conto della vastità del campo in cui l’AI effettivamente opera. Il principio fondamentale legato all’intelligenza artificiale è il fatto che essa debba rappresentare uno strumento utile e conveniente al servizio dell’essere umano, non viceversa. Possiamo rappresentare il problema come una sorta di competizione tra le imprese mondiali, che cercano in ogni modo di portare innovazione e investire in sofisticati software AI per primeggiare sul mercato globale degli azionisti. In questo contesto si inseriscono i cosiddetti “giganti digitali” come Facebook e Google. Da tempo questi colossi si servono di vari algoritmi per raccogliere ed elaborare un’enorme quantità di dati prodotti dagli utenti: questo può risultare utile a creare una rete di comunicazione estesa e competente su innumerevoli campi d’informazione, ma allo stesso tempo può dare origine a problemi, come dimostrato dal caso di Cambridge Analytica, difficilmente risolvibili e complessi da comprendere a fondo. Viviamo in un mondo troppo veloce per le nostre capacità di pensiero. Siamo così impegnati a migliorare gli aspetti peculiari del deep learning che ci siamo scordati del rispetto da garantire al concetto di privacy. Continuamente si registra un sovraccarico d’informazione sul digitale che, se sfruttato al meglio in termini di web marketing, può portare alla diffusione di fake news e alla proliferazione di un’ecosistema nocivo ai fini dell’ordinamento democratico generale. Proprio così: algoritmi programmati dall’uomo sono in grado di manipolare gli esiti di elezioni politiche o di referendum popolari a livello nazionale. Vogliamo davvero arrivare a questo punto? Davvero desideriamo mettere a repentaglio le reputazioni di figure istituzionali, account digitali e persone in carne ed ossa? Io non credo. Credo che il buonsenso possa portarci sulla giusta strada, la strada che conduce al controllo delle risorse disponibili in modo da renderle utili a più scopi e da saperle padroneggiare per creare un’economia circolare avanzata dove sprechi e rifiuti non sono contemplati. Lo scenario descritto dalle tendenze è una guerra fredda tra le potenze USA, Russia e Cina. Chi vincerà sarà in grado di appropriarsi di grandi ricchezze in termini di AI e diventerà padrona del mondo. Non c’è più riservatezza sulla Terra. Sembra di essere controllati in ogni istante da qualche software che processa le nostre informazioni personali e le proietta su qualche monitor a scopi di profitto e di potere gestionario. A questo proposito è interessante analizzare il modello cinese del “credito sociale”, che sembra quasi ispirato al romanzo “1984” di G.Orwell. Oramai la democrazia ha perso il suo valore intrinseco per colpa della corruzione, del capitalismo competitivo e dell’enorme potenza che vantano i colossi digitali in tutto il mondo su tutte le altre imprese tecnologiche e su tutte le startup che potranno mai esistere. In questo quadro generale d’attualità entra in gioco l’effettivo concetto di “intelligenza artificiale”. Si preannuncia che essa prima o poi agirà oltre le normali capacità umane e che inizialmente ridurrà lo “spettro d’intelligenza” generale per poi esplorarlo sempre più e giungere a limiti inimagginabili. Sembra che tutto sia destinato a sfuggire dal nostro controllo, arrivando a portare a uno scenario di “Jobs Apocalypse” e di “Algorithmic Explosion”. Recenti ricerche condotte da ShiftLabs ( collaborazione di Rockfeller e NewAmerica) rivelano che entro pochi anni, nelle città di Phoenix e Indianapolis prese come campioni, il 35% circa dell’intera forza lavoro locale rischierà di perdere l’impiego; alte percentuali di rischio sono state registrate negli ambiti dell’assistenza amministrativa e del lavoro in negozi e catene alimentari. Oltre a questo fattore , per quanto riguarda lo sviluppo sempre maggiore di software intelligenti, diversi esperti stimano che la probabilità che l’AI raggiunga il 50% delle capacità umane in competenze manuali e intellettuali crescerà di circa 60 volte in un arco temporale di 40/45 anni. Si tratta di dati alquanto impressionanti. Dati che ribaltano completamente il pensiero dell’Umanesimo, che poneva l’uomo al centro di tutte le teorie e pratiche, che vedeva nell’essere umano l’unica specie dominante presente sul pianeta Terra. Questi, però, non sono gli unici problemi legati allo sviluppo dell’AI. Le tematiche da risolvere per ciò che riguarda questo campo della tecnologia spaziano dai programmi intelligenti introdotti nelle corti di giustizia americane a una possibile corsa alle armi autonome da parte degli eserciti con gli arsenali più potenti sul globo. Insomma, nessuno sa con esattezza se l’AI possa portare solo benefici o solo danni per la razza umana. Tutti gli scenari che possono essere descritti non sono in alcun modo prevedibili al momento. Tutto ciò che posso conoscere e dedurre sul destino comune dell’umanità è che non si interromperà mai il progresso sostanziale nei campi dell’informatica e delle scienze computazionali. L’essere umano vuole migliorare le abilità delle sue macchine. L’essere umano desidera operare al meglio per sviluppare sistemi sempre più complessi; tuttavia si è ancora ben lontani dal pensare che marchingegni artificiali possano davvero superare la razza, fino a pochi anni fa, vista e riconosciuta come dominante. Sarà fondamentale creare una “forza intelligente” che collabori con gli individui, per affrontare i problemi politici, economici ed etici nel mondo. Sarà molto importante la capacità di dialogare con una sorta di Dio creato dall’uomo, definito tale in quanto molto più competente di quest’ultimo. Si rivelerà cruciale provvedere a tecnologie artificiali compatibili con un modello climatico e ambientale sostenibile come le self-driving cars, in modo da ridurre le emissioni di anidride carbonica e beneficiare di energie rinnovabili in tutti i campi del trasporto moderno. Sarà inoltre difficile liberare i sistemi intelligenti da tutti gli aspetti che riguardano i pregiudizi umani. Sarà quindi rischioso puntare tutto sui software di machine learning per il sistema giuridico americano: non bisogna abusare della potenza e della velocità algoritmica per l’emissione dei verdetti, bisogna bensì puntare sull’accuratezza dei dati elaborati dai software e sul controllo sistematico e funzionale da parte dei giudici. Nel lungo andamento della nostra storia si è sempre lottato per qualcosa di concreto, dal riconoscimento dei diritti universali all’espressione dei valori dell’individuo contro lo Stato e la burocrazia. Al giorno d’oggi ci troviamo a lottare contro l’estensione, la diffusione e la velocità degli algoritmi che hanno sempre caratterizzato le dinamiche e gli aspetti fondamentali dei social network e delle reti digitali. L’uomo sarà sempre destinato a cambiare e l’intelligenza artificiale sarà sempre volta al cambiamento. La mia conclusione finale è che, come del resto tutti gli strumenti relativi all’era digitale, l’AI si tratta di un’arma a doppio taglio, che può portare allo sviluppo sistematico di aspetti positivi e/o negativi. Non siamo ancora sull’orlo di un’apocalisse. Le imprese multinazionali non hanno ancora dichiarato guerra per il controllo delle macchine intelligenti. In fin dei conti, al giorno d’oggi, l’Intelligenza Artificiale non è altro che una sfida aperta a tutti quanti. Tutto sta nelle mani dell’essere umano. Tutto sta nelle nostre mani. Possiamo scegliere se causare una nuova guerra mondiale sulla base del concetto di arma autonoma o se invece portare a un ambiente apocalittico per il mondo del lavoro. Ricordiamoci che l’AI può sia ridurre notevolmente gli impieghi umani che creare nuove opportunità lavorative, soprattutto nel campo delle ricerche e degli esperimenti informatici e scientifici-computazionali. Possiamo inoltre stabilire il corso del destino delle teconologie emergenti. Possiamo limitare i software di automazione per le macchine così come possiamo avanzarli inserendo nuovi dati di ricerca e di elaborazione tecnica. Possiamo apportare cambiamenti climatici consistenti attraverso lo sviluppo di energie rinnovabili, piani di collaborazione internazionale, protocolli per la preservazione degli ecosistemi biologici presenti nei diversi biomi terrestri, direttive e investimenti dediti allo sviluppo di maggiori impianti eolici e solari off-shore e di smaltimento di scorie radioattive. In tutto questo possiamo per davvero usufruire dell’aiuto dell’intelligenza artificiale, a patto che si impari a collaborare e convivere allo scopo unico e determinante del bene comune: lo scopo che da sempre rende unico l’essere umano, che da sempre ci rende competitivi ma allo stesso tempo solidali l’uno con l’altro. Tutto ciò che dobbiamo attuare è l’implementazione fondata e costruttiva dell’AI nei nostri modelli di business e far sì che essa si riveli utile non soltanto per un maggiore sviluppo dell’epoca presente, ma anche per costruire le fondamenta di un futuro formidabile nel quale i nostri posteri potranno lavorare efficientemente e coesistere con un sistema avanzato di tecnologia intelligente: solo in questo modo si può giungere illesi a un progresso aperto per la società umana.

Fonti[modifica]

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    «[www.economist.com 2018 essay competition]» – ', 7 Novembre 2018