Intercettazioni sul caso Unipol: come e quando finirono sul tavolo di Berlusconi

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martedì 26 ottobre 2010

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi

Arcore. Non erano Re Magi, quei tre uomini che la sera della vigilia di Natale si incamminarono verso una casa di Arcore, sebbene anch'essi recassero in mano ricchissimi doni. Non oro, argento, o mirra, ma qualcosa di ben più prezioso, se è vero che, nelle parole del destinatario, quel dono avrebbe garantito loro la riconoscenza eterna della sua famiglia: si trattava in verità di un personal computer dall'aspetto dimesso, forse anche un po' sgangherato, tanto da avere qualche difficoltà al bootstrap, ma dal cuore assai prezioso: il suo hard-disk conteneva infatti registrazioni riservate, le telefonate intercorse tra l'indagato Giovanni Consorte e Pietro Fassino sul caso del fallito tentativo di scalata dell'Unipol alla Banca nazionale del Lavoro. Illegalmente sottratte al segreto istruttorio, addirittura prima di essere a conoscenza della stessa magistratura che le aveva ordinate, quelle preziose registrazioni venivano messe a disposizione di un generoso destinatario.

Quegli improbabili aspiranti Re Magi hanno ora un nome e cognome: uno di essi è Roberto Raffaelli, infedele specialista di intercettazioni giudiziarie, ed ex titolare della RCS-Research Control System. Gli altri due sono quelli degli imprenditori Fabrizio Favata e Paolo Berlusconi. Un nome e cognome ha anche il potente destinatario di quel prezioso cadeaux, il premier italiano Silvio Berlusconi, in altre occasioni, invece, sul piede di guerra sull'uso, a suo dire distorto, delle intercettazioni.

Non passano molti giorni che, il 31 dicembre, mentre in Italia si preparano le polveri per i fuochi di fine d'anno, qualcuno decide di sparare i suoi botti con qualche ora di anticipo. E che botti poi! Eclatanti e illegali, di quelli degni di un sequestro, se non fossero essi stesso frutto di un sequestro ai danni della magistratura: quelle preziose registrazioni potevano ora uscire allo scoperto, sparate sulle colonne sul Giornale di famiglia (il famoso «abbiamo una banca!» di Fassino), ad alzarsi nel cielo lasciandosi dietro una clamorosa scia di scintille e polemiche.

A dirlo sono i giudici milanesi, quegli stessi che, a conclusione delle indagini sul caso Unipol-BNL, ora precisano i loro rilievi: ai nomi di Favata e Raffaelli, già indagati, si aggiunge ora quello eccellente di Paolo Berlusconi, a carico del quale, editore del Giornale, potrebbe profilarsi il rinvio a giudizio per i reati di ricettazione, millantato credito, e concorso in rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio.

Estraneo a ogni accusa è invece il presidente del Consiglio: anzi, nella fattispecie profilatasi, il premier ricopre la figura di parte lesa. Se le accuse nei confronti degli indagati saranno provate, Silvio Berlusconi potrà consolarsi chiedendo i danni al facoltoso fratello. C'è da giurarci che non lo farà.

Fonti[modifica]