Birmania: condanna Aung San Suu Kyi, dure reazioni da tutto il mondo

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martedì 11 agosto 2009

La leader dell'opposizione birmana, Aung San Suu Kyi nel 2013

Aung San Suu Kyi, la donna a capo dell'opposizione in Birmania, è stata condannata a 18 mesi agli arresti domiciliari, sentenza ridotta rispetto a quella originale del tribunale speciale birmano, che era di 3 anni di prigione e lavori forzati. L'ennesima condanna della Suu Kyi (la donna era ancora agli arresti domiciliari quando è scattata la nuova accusa) è arrivata dopo che la stessa era stata accusata di violazione degli arresti domiciliari per aver ospitato, senza alcuna autorizzazione, un cittadino americano, John William Yettaw, che aveva, attraversando un corso d'acqua, raggiunto la casa del premio Nobel per la pace. L'iniziativa dell'uomo è ancora avvolta dal mistero. Entro i prossimi 60 giorni, gli avvocati della Suu Kyi potranno fare ricorso contro la sentenza.

La Suu Kyi, che ha trascorso 14 degli ultimi 20 anni agli arresti domiciliari, non potrà quindi partecipare alle prossime elezioni, fissate per il 2010.

Il cittadino americano ha invece ricevuto una condanna a 7 anni di lavori forzati per l'intrusione nella casa della Suu Kyi. L'uomo, affetto da diabete, ha subito diversi ricoveri in ospedale a causa di convulsioni di natura epilettica.

Le reazioni alla condanna da parte delle istituzioni mondiali non si sono fatte attendere: l'ONU riunirà il Consiglio di Sicurezza per discutere l'accaduto, ed il segretario Ban Ki Moon, ha affermato di essere "deluso" e di condannare "con fermezza" la sentenza, "deplorandola fortemente". "Se lei e gli altri prigionieri politici nel Myanmar non verranno rilasciati e non potranno partecipare ad elezioni libere ed eque, la credibilità del processo politico rimarrà in dubbio", ha continuato il segretario generale.

Poco prima, anche l'Unione Europea, attraverso un comunicato della presidenza, aveva condannato la sentenza, affermando che "risponderà con sanzioni supplementari verso i responsabili della condanna". Successivamente, il portavoce dell'amministrazione USA, Robert Gibbs, ha affermato che "non si tratta di qualcuno da mettere sotto processo, certamente non di qualcuno che avrebbe dovuto essere condannato".

Anche il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha rilasciato delle dichiarazioni, nelle quali richiede la immediata liberazione della Suu Kyi. "Violati i principi universali dei diritti umani". Obama ha continuato dicendosi preoccupato per le condizioni di Yettaw, condannato ad una pena "sproporzionata", oltre a richiedere la liberazione di tutti gli altri prigionieri politici reclusi in Birmania.

Anche l'Italia, tramite la Farnesina "condanna fermamente" la sentenza contro la Suu Kyi, sentenza nata dopo un processo "ampiamente ritenuto ingiusto". Il ministero degli Esteri ricorda anche che l'Italia ha sostenuto la volontà di una risposta comune da parte dell'Unione Europea, risposta che, tra le altre cose, prevederà il rafforzamento delle sanzioni contro il regime birmano. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha affermato: "se ad Aung San Suu Kyi fosse impedita la partecipazione al voto del 2010, ciò costituirebbe una lesione ai principi della democrazia". Anche i leader dei partiti politici italiani si sono uniti in coro contro la sentenza.

Il primo ministro britannico Gordon Brown si è detto "rattristato" oltre che "furente" per una sentenza così "mostruosa". Brown continua affermando che questa è "un'ulteriore prova del fatto che il regime militare in Birmania è determinato ad agire nel totale disprezzo degli standard dello stato di diritto comunemente accettati, e in sfida all'opinione pubblica internazionale". Gli fa eco il presidente francese Nicolas Sarkozy, che sollecita l'UE a "rispondere rapidamente adottando nuove sanzioni a carico del regime" del Myanmar, e in particolar modo, le sanzioni "debbono prendere di mira le risorse dalle quali tale regime trae profitto diretto, come il settore dei legnami pregiati e quello dei rubini". Sarkozy conclude definendo la sentenza "brutale e ingiusta".

Fonti[modifica]