Incalza resta in carcere dopo le dimissioni del ministro Lupi

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giovedì 26 marzo 2015

Il giudice per le indagini preliminari nega gli arresti domiciliari all'ex capo struttura tecnica del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti Ercole Incalza, a causa del ritrovamento di due buste contenenti 2110 euro in contanti oltre ad un resoconto manoscritto che conteggia 53000 euro di tangenti ricevute.

Finisce così la lunga carriera statale che ha accompagnato Incalza all'interno del ministero durante gli ultimi sette governi, da Berlusconi a Renzi, passando per Prodi, Monti e Letta. Una carriera iniziata 30 anni fa e interrotta solo temporaneamente quando l'ex ministro Antonio Di Pietro lo allontanò per via del suo coinvolgimento in Tangentopoli. Negli anni successivi tornò al ministero come consulente esterno.

Lunedì il ministro Maurizio Lupi si era dimesso proprio in seguito alle pressioni politiche seguite alle indagini giudiziarie che hanno coinvolto il ministero da lui guidato, a causa delle tangenti pagate dagli imprenditori per corrompere i dirigenti statali responsabili delle grandi opere, cioè MOSE, Expo e TAV.

Un giro d'affari illeciti che, attraverso la maggiorazione del 40% dei costi su appalti per 25 miliardi di euro, ha drenato dalle casse dello Stato oltre 7 miliardi di euro, quasi il doppio della cifra necessaria all'abolizione dell'IMU sulla prima casa e pari a 3/4 dell'IMU su tutte le altre case.

Quando nel luglio 2014 Michele Dell'Orco e Alessandro Di Battista (M5S) avevano chiesto la rimozione di Incalza, il ministro Lupi lo aveva difeso dicendo che nelle inchieste passate «è stato sempre prosciolto». Fino ad oggi.

Fonti[modifica]