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La crisi dei mari e dei loro abitanti

Da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto

sabato 2 agosto 2008 Che lo stato dei mari sia critico è una cosa sempre più chiara. La riduzione del pescato, degli 'stock' dei grandi pesci, l’inquinamento proveniente dalla terra oppure, con i vari disastri delle petroliere, dal mare. Due storie trasmesse in programmi di divulgazione scientifica, ad un giorno di distanza l’una dall’altra hanno fornito un quadro a tinte fosche, anche spostandosi di latitudine.

Artico. Un continente di ghiaccio e acqua, un posto unico al mondo che può essere considerato sia una sorta di 'continente' oppure un vero e proprio mare. Molto dipende dalla calotta polare, dal pack, dalla banchisa. Se c'è è un 'luogo', se non c'è diventa semplicemente un mare stretto tra l'Asia e il Nord America. Il ghiaccio non è solo uno stato fisico dell'acqua. Al di sopra e tra di esso è anche l'habitat delle poche forme di vita che sono in grado di vivere sopra il livello del mare. La settimana scorsa (il 24 luglio) Superquark ha proposto tra i tanti servizi un documentario della BBC che ha parlato della vita degli Orsi bianchi.

La telecamera riusciva a riprendere la vita e i movimenti di una famiglia di orsi. La madre era, come al solito, rimasta con i due cuccioli nati nell'ultima stagione, mentre il padre si era allontanato per i suoi affari; l'allevamento della prole spetta solo alla femmina, ma un cucciolo su due non supera l'anno di vita. Se è in alcune riserve inuit, può anche capitare che siano cacciati, in particolare nello stato sovrano canadese di Nunavut.

Una famiglia di orsi bianchi, come quelli mostrati dalla BBC

Qui, nel periodo giugno 2006-2007, oltre 500 orsi sono stati qui abbattuti, molti dei quali per la caccia di tipo 'sportivo' da parte di ricchi americani (pagando fino a 30 mila dollari), favorendo le misere finanze locali e suscitando al contempo accese polemiche. Oppure c'è il problema dell'inquinamento: le foche mangiano pesce 'inquinato', e gli orsi al vertice della catena alimentare mangiano le foche, concentrando in sé dosi pericolose di sostanze patogene.

Il ghiaccio si assottiglia e l'orso maschio se ne accorge a sue spese. Le distese di ghiaccio sono il suo regno. Un regno che adesso sparisce a vista d'occhio e lo tradisce. Ovunque poggia le zampe e il ghiaccio cede di colpo. L'animale, quasi incredulo, si rassegna a distribuire il peso del corpo strisciando come una slitta. Ma nemmeno questo basta. Come il regno di Fantàsia della Storia Infinita, all'aumentare della temperatura il ghiaccio sparisce e di una pianura sterminata restano tanti piccoli pezzetti sottili. L'orso ci si muove attorno nuotando con grazia, cercando un iceberg che ne possa sostenere il peso. Non lo trova. Inquadratura dopo inquadratura, si ritrova a nuotare, con suo grande sconforto, in un mare del tutto libero dai ghiacci.

La perdita di habitat impone all'orso bianco un cambiamento di habitat

Anche se la sua costituzione è tale che può sopravvivere in un'acqua capace di uccidere una persona in qualche minuto, nemmeno l'orso polare può durare a lungo in questa condizione: deve trovare terra o rischia, prima o poi, di affogare. Di quando in quando il candido plantigrado s'immerge sott'acqua, quasi a cercare un rifugio da un mondo che non capisce più. E sperando di non imbattersi in qualche orca. Un tempo era cosa estremamente rara, ma ora è perfino successo che orsi polari siano stati avvistati in mare aperto, a sessanta miglia (110 chilometri) dalla costa.

Cambia la scena. L'orso è riuscito ad approdare a terra. È un'isola, o comunque una costa, isolata e priva di risorse. Non è ancora al sicuro. Il suo peso, in buona parte di grasso, è calato nel corso dell'estate a circa la metà dell'originale. Deve mangiare, ma cosa? Senza il pack, non ha il suo habitat e non può avvicinarsi non visto alle foche. Non che ce ne siano in giro. Piuttosto, vi è una colonia di placidi trichechi.

Colonia di trichechi, specie che supera attualmente i 250 mila esemplari, 10 volte l'orso polare

Stanno tutti insieme, ammucchiati, a prendere il pallido sole. Le loro movenze sono tranquille, ma le loro zanne, per quanto dall'aspetto buffo, sembrano una falange a difesa di aggressori esterni. L'orso lo sa, forse li ha già incontrati. Ma ha fame. Si porta all'attacco. Cerca con tutte le forze di avventarsi su di un cucciolo, pur se già molto grosso; ma la madre gli si pone davanti e gli fa da scudo. L'orso attacca anche lei. La 'mandria' di trichechi, vicini alla costa, si muove lentamente verso il mare. Qualcuno cerca di contrattaccare l'orso, poi se ne va. Il plantigrado ha forza e determinazione estreme, artigli fortissimi, zanne micidiali. Il tricheco è al confronto una specie di sacco di grasso, una preda facile. Ma è solo apparenza.

Dopo l'estinzione dei mammuth e dei mastodonti, è rimasto il più diretto equivalente del parimenti zannuto elefante nell'ambiente artico. Mesi fa, nelle 'sfide' tra animali ricostruite in documentari con tanto di modelli in acciaio di morsi e zanne, La7 ci propose la sfida tra un tricheco e un orso polare. La simulazione al computer, fatta dopo una serie di test, faceva vedere come il tricheco fosse in grado di resistere e muoversi in acqua, dove se l'orso lo seguiva, aveva la vittoria in pugno e poteva diventare letale con le sue zanne. Uno dei segreti del tricheco è la sua pelle, spessa fino a 7 cm. L'orso non lo sapeva, o semplicemente non si poteva permettere tale valutazione. Aveva fame e doveva mangiare. Ma nemmeno la sua presa con gli artigli e le zanne piantati nella pelle del tricheco, con la forza dei suoi 400 kg, è riuscita a fermare la tonnellata della sua preda, che una volta guadagnata l'acqua bassa è riuscita a ripartire con una forte codata, lasciando l'orso perplesso e a bocca vuota.

Come poi la troupe di documentaristi sia riuscita a controllare la situazione con un orso bianco affamato a pochi metri è davvero misterioso. La mattina dopo c'era la nebbia e almeno qui la 'tenuta mimetica' dell'orso non era uno svantaggio. Si lancia all'attacco di un altro tricheco, mentre il branco si allarma e si butta in acqua. Ma fallisce ancora. E quel che è peggio, ne subisce un danno permanente. La simulazione al computer naturalmente ha semplificato l'esito nella forma, ma non necessariamente nella sostanza. Le zanne del tricheco hanno ferito l'orso ad una zampa, che può malamente muovere toccando terra con dolori lancinanti. La vita solitaria degli orsi è priva di conforti parentali e di assistenza. L'estate è il momento peggiore, la fame si fa sentire e anche attaccare i trichechi sembra un'idea utile, anche se di ripiego.

L'orso è finito, ha perso la scommessa. Affamato e privo della capacità di muoversi con tutta la sua forza, senza speranza, scava una specie di buca per accomodarsi il suo corpo acciambellato. Nel mentre emette lamenti forti e cupi, una lamentazione per la sua condizione così misera. Poi abbassa il capo e chiude gli occhi, ma non con l'espressione di qualcuno soddisfatto della giornata trascorsa, ma con un dolore e una disperazione come chi si corica a stomaco vuoto, e senza speranza di mangiare anche all'indomani. Questa è la sua mesta fine. I trichechi, fortezze invulnerabili al suo attacco, sono ancora lì a pochi metri. Prendono il sole e ignorano, consapevoli e compiaciuti della fine della minaccia, quella massa di pelo bianco che giace inerte accanto a loro. Sanno che è ferito e che non li attaccherà più. Un esempio della Mors tua vita mea. Per pagare la sopravvivenza dell’orso, la comunità di trichechi avrebbe dovuto farsi sbranare qualcuno dei suoi cuccioli.

Quel che non sanno né loro né l'orso, è che il riscaldamento globale ogni anno provoca il disgelo anticipato e riduce drasticamente il pack. Lasciando gli orsi polari senza habitat. Le foche, nel frattempo, non se la passano necessariamente bene: centinaia di migliaia vengono uccise in Canada ogni anno da esseri umani, con quote di caccia consentite, e nonostante le proteste delle associazioni ambientaliste. Loro sono definite 'concorrenti' della pesca umana e vanno 'tenute sotto controllo'.

Del resto è la stessa giustificazione posta da chi vuole riaprire la caccia alle balene, nonostante che queste siano ormai concentrate nei mari meridionali, mentre quelli settentrionali, in larga parte 'liberati' dalla loro presenza, sono drasticamente svuotati anche delle altre forme di vita animali, specie per le reti a strascico e per l'inquinamento, che nelle 'zone morte' come quella nel Golfo del Messico causa la distruzione della vita per anossia. Le alghe cioè crescono in quantità e poi muoiono, e la decomposizione batterica 'succhia' l'ossigeno dei mari.

Sott'acqua, nel frattempo, succedono altre cose. Una fauna unica si è sviluppata tra i ghiacci. Raramente ci si è chiesti che esseri vi siano là sotto. Immagini riprese nelle poche spedizioni scientifiche realizzate hanno mostrato grandi crostacei privi di chele, stelle di mare e tante altre forme di vita. La loro protezione erano i ghiacci marini. Ora che questi spariscono inesorabilmente, nel mare entrano dei predatori esterni sconosciuti da millenni, essenzialmente cetacei, e questa fauna subartica è destinata a sparire nelle loro fauci.

Questo, come anche la scomparsa –un dramma per i paleontologi e i biologi del settore- delle numerose mummie di animali preistorici ancora imprigionate nel permafrost, non importa molto nelle discussioni sul Riscaldamento globale. Di fatto i governi stanno vedendo la cosa come 'opportunità'. Terre liberate dai ghiacci a Nord significano tante cose. Per esempio, una rotta di navigazione a Nord del Canada che faccia saltare l'esigenza di passare per Panama. Oppure, significa maggiore libertà e comodità nell'usare le risorse della regione artica. Bush sta provando da anni a riaprire le estrazioni petrolifere in Alaska. Putin dal canto suo si è detto a suo tempo contento per la sua fredda Russia se la temperatura dovesse aumentare.

Il giorno dopo, a Missione Natura (La7), Vincenzo Venuto presentava le Otarie dalla pelliccia del Capo. Si era in tutt'altro luogo, le coste della Namibia, a Whale Bay. Oltre 7.000 km a Sud del Polo Nord. Le otarie sono animali meno specializzati delle foche nella vita acquatica. Hanno zampe posteriori più articolate per arrampicarsi anche negli scogli; hanno una pelliccia, sopratutto nei cuccioli. Hanno le orecchie da cui il nome. Sono socievoli, intelligenti e curiose come le loro cugine senza orecchie esterne. Ma hanno anche loro dei problemi. Non con gli orsi bianchi, di cui sarebbero certo ghiotte prede se ne condividessero l'habitat.

Le Otarie vivono in africa meridionale in colonie numerose.

Ma con gli uomini, stavolta in maniera piuttosto diretta. Succede che il governo namibiano ha autorizzato cacce di massa delle povere otarie. In quella che si potrebbe definire «la strage degli innocenti», vengono attaccati i branchi da parte di gruppi di cacciatori. Isolate dal mare, vengono poi divise. Le madri vengono separate dai cuccioli e a loro, direttamente, non viene fatto altro male. I cuccioli, invece, vengono ammazzati a bastonate. Anche i grossi maschi vengono uccisi, ma con fucili da caccia di precisione. Forse perché pesano anche 300 kg contro i 90 delle femmine e non sarebbero troppo entusiasti di essere ammazzati a bastonate. Sta di fatto che il governo della Namibia ha autorizzato l'anno scorso l'uccisione di 85.000 cuccioli e 7.000 maschi adulti. Non viene buttato nulla. Dopo la mattanza delle bestie le loro varie parti vengono usate da varie industrie. Le carni e il grasso vengono esportati in Sudafrica, e usati come mangime per animali. La pelle va in Europa, anche in Italia, per usi d'abbigliamento. I testicoli dei maschi vanno invece in Cina, perché la medicina cinese, già autrice di ricette che stanno portando alla scomparsa di rinoceronti (corno) e tigri (ossa) li usa come ingredienti per afrodisiaci.

Ma forse non è nemmeno questo il problema maggiore, per le otarie. Persino così, con i massacri a cui sono direttamente sottoposte, i loro problemi sono anche altri: la fame. Migliaia di otarie muoiono letteralmente di fame, nonostante la sfoltita numerica che subiscono in maniera diretta. Perché? Non per l'inquinamento, in Africa (specie poi in Namibia) poco significativo; ma per la pesca che ha sfruttato troppo le risorse locali, impoverendo gli stock di pesce. E non è tanto una pesca 'locale'.

È una pesca d'alta tecnologia: navi-fattoria che vengono dall'Europa o dall'Asia, già largamente sfruttate ed esaurite, e che fanno strage della fauna locale. Anche i pescatori africani se ne sono accorti e il loro misero pescato, specie nella parte settentrionale dell'Africa, si è ridotto a tal punto da causare carestia e fame. Questo con un continente che aveva 200 milioni di abitanti nel 1950, ne ha un miliardo oggi e ne avrà il doppio tra qualche decennio. E così nasce una crisi ecologica che mette in ginocchio uomini e bestie, la cui soluzione non pare alla portata di nessuna previsione. Le otarie naturalmente vengono viste come 'concorrenti', come le loro cugine vittime dei più celebri massacri canadesi. Stesse accuse che hanno portato in passato alla caccia fin quasi all'estinzione di animali come il Gaviale o come i delfini d'acqua dolce dell'Asia.

Fonti

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  • Servizio Superquark 24 luglio 2008
  • Puntata Missione Natura 25 luglio 2008