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Somalia: yacht francese sequestrato dai pirati

Da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto

venerdì 4 aprile 2008 Uno yacht francese, il Ponant, è stato preso d'assalto nel primo pomeriggio di oggi dai pirati in un tratto di mare non lontano dalle coste della Somalia. La conferma è arrivata dal proprietario del lussuoso yacht da crociera, il quale ha riferito che sono stati presi in ostaggio i membri dell'equipaggio (circa una trentina di persone). Sull'imbarcazione, di rientro dalle Seychelles, non vi sono passeggeri. Il Ponant, di proprietà della Compagnie des Iles du Ponant, è infatti uno yacht trialbero da crociera di 850 tonnellate di stazza, 88 metri di lunghezza e 12 metri di larghezza massima, allestito con 32 cabine che possono ospitare un massimo di 64 passeggeri complessivamente.

Sembra che nell'assalto non siano stati sparati colpi di arma da fuoco, mentre sia le forze navali francesi che quelle statunitensi che stazionano nella zona hanno confermato il sequestro e stanno seguendo l'evolversi della situazione.

Attualmente pare che vi siano una trentina di ostaggi a bordo. La Marina francese sta decidendo il da farsi: per ora non vi è stata richiesta di riscatto.

Un pericolo poco noto ma sempre attuale

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Il problema della pirateria è, nei mari attorno all'Equatore, tutt'altro che relegato all'epoca dei favolosi racconti salgariani. Al contrario, si tratta di un grave fenomeno che statisticamente accade con cadenza pressoché quotidiana, specialmente nel Golfo di Aden, in Africa Occidentale, nei Caraibi, in Estremo Oriente, e in generale dentro diversi grandi fiumi asiatici e americani. Ma fa notizia solo quando, anziché colpire pescatori o piccoli mercanti locali, coinvolge persone di Paesi occidentali o assimilabili. Tra le vittime, qualche anno fa, il campione e esploratore Peter Blake, celebre anche in Italia per la sua partecipazione all'America's Cup che vinse due volte consecutive. Il 5 dicembre 2001 la sua imbarcazione, che all'epoca era impegnata in una missione tutt'altro che ludica, ovvero stava monitorando gli effetti del Global Warming per conto ONU, fu ucciso dall'assalto di alcuni pirati in acque ritenute 'sicure'. Assalto a cui Blake tentò di difendersi con il fucile (tenuto a bordo in funzione anti-orsi polari), cosa che purtroppo non ebbe successo e nel conflitto a fuoco Blake rimase ucciso.

La rinascita della moderna pirateria è dovuta ad un mix di nuove e vecchie ragioni: nel mare è facile far sparire vittime e relitti, non si lasciano tracce, spesso nemmeno testimoni. Le navi sono in genere cariche di cose preziose, dal pesce a prodotti elettronici. Il traffico mercantile è poi di proporzioni mai viste: si possono incontrare natanti di ogni sorta, dalla piccola barca da pesca alla superpetroliera. Chi le attacca non dà ovviamente nell'occhio: imbarcazioni piccole e veloci, con motori fuoribordo, o anche di altro genere come semplici canoe. Del resto, si tratta di un fenomeno tutt'altro che illogico dato che sulle strade di tutto il mondo i furgoni portavalori sono corazzati e nondimeno, frequentemente assaltati da banditi (con mezzi che vanno dai fucili d'assalto alle ruspe). Una nave portacontainer, lenta e carica con migliaia di tonnellate di materiali è quindi un obiettivo pagante e piuttosto facile da assaltare per dei malintenzionati.

L'unico problema con le navi moderne è che queste sono spesso molto grandi e con fiancate alte e metalliche, inoltre con i mezzi usati dai pirati non si possono trasbordare grossi carichi, né è possibile concretamente catturare e dirottare grandi navi come a suo tempo. Le armi impiegate sono svariate, in genere solo di tipo leggero, ma è significativo che quando il Giappone ha deciso d'importare carichi di plutonio dalla Germania, l'ha fatto con l'ausilio della "Shikishima" (varata nel 1992), una nave ufficialmente della Guardia Costiera giapponese, da 6.500 t di stazza, armata con un impianto binato da 35 mm e 2 cannoni a canne rotanti da 20 mm, nonché 2 elicotteri (armamento comunque modesto, con una stazza di questo livello sarebbe stato possibile armarla con ogni sorta di missili e artiglierie: basti dire che dimensioni e stazza sono paragonabili a quelle di un cacciatorpediniere Classe Shirane che è armato di 2 cannoni da 127 mm, 2 cannoni Vulcan, 1 lanciamissili antisommergibile, 1 antiaereo, 3 elicotteri etc.). Il suo principale compito era quello di scortare i mercantili giapponesi carichi del preziosissimo metallo, e dato l'armamento leggero questa scorta non era certo contro navi da guerra nemiche.

Se però è vero che le grandi navi sono poco vulnerabili in mare aperto, questo vale per la miriade di piccole imbarcazioni, magari piccoli pescherecci o piccoli yacht privati, difficilissimi da monitorare e facili da far "sparire" se fosse necessario. Inoltre, vi è anche una seconda possibilità: i porti di molte nazioni del Terzo mondo sono poco attrezzati per il traffico navale: questo comporta che chi vuole entrarvi spesso è costretto a gettare l'ancora al largo del porto stesso, e ad aspettare in rada. Qui, specialmente di notte, è facile che qualcuno tenti l'assalto furtivo alle navi e cerchi di derubarne le ricchezze più facilmente asportabili.

La bandiera che battono le navi è spesso l'unica vera protezione dalle mire dei pirati moderni. Chiaramente questo non riguarda mercantili che hanno bandiere di comodo come Panama, ma RID 11/91, nell'articolo relativo ai "marines" sovietici, riporta di un episodio in cui i pirati nigeriani s'imbatterono in un drappello di questi militari (presumibilmente a bordo della nave attaccata), contromisura (già praticata anche dagli americani) resa necessaria dalla lunga serie di precedenti attacchi ai danni dei mercantili di Mosca. Finì con il battello pirata a fondo con tutti i suoi occupanti e dopo di allora le navi sovietiche non registrarono più abbordaggi.

Il ritorno delle cannoniere

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Un altro segno dei tempi è il proliferare di cannoni di piccolo calibro sulle navi militari e para-militari (es. Guardia costiera). Inizialmente i cannoni di piccolo calibro e potenza erano per lo più semiautomatici o a caricamento manuale, in funzione sopratutto anti-torpediniera (si parla di oltre 100 anni fa), poi da calibri come il 37 e il 47 mm si passò al 57 e anche al 75 mm, per ingaggiare le torpediniere da distanze sempre maggiori. Nel primo dopoguerra però non mancò una nuova minaccia: gli aerosiluranti e in generale i bombardieri. I cannoni leggeri divennero sempre più armi antiaeree, specie col secondo conflitto mondiale (basti pensare alle Oerlikon e Bofors da 20 e 40 mm rispettivamente). Poi è arrivata l'era dei missili e delle armi nucleari e la difesa ravvicinata delle navi è stata trascurata. Negli ultimi decenni, specie dopo la Guerra delle Falklands, ci si è accorti che le navi militari moderne, non avevano sufficiente difesa ravvicinata, specie contro missili e jet da caccia. La risposta sono stati sistemi d'arma automatizzati come i CIWS (già nati da qualche anno, ma non molto diffusi), ma questi sono essenzialmente armi antiaerei-antimissili. La difesa da barchini come quelli dei Pasdaran iraniani ha reso necessario usare altre armi leggere, di puntamento molto semplice anche a brevi distanze. Le navi italiane che negli anni '80 andavano in missione nel Golfo Persico erano armatissime per conflitti convenzionali, nonostante ciò ebbero in aggiunta anche due vecchie mitragliere Oerlikon calibro 20 mm con scudo protettivo e azionate manualmente. Nel frattempo i cacciatorpediniere inglesi superstiti Type 42 dalle Falklands sono passati da 2 cannoni da 20 mm a 4 +4 da 30 mm in installazioni binate e piuttosto sofisticate. Col tempo i cannoni leggeri sono arrivati quasi allo stesso livello di sofisticazione dei CIWS antimissile: per esempio, le torrette Breda da 30 mm binate sono quasi uguali a quelle da 40 mm antimissile (sistema Dardo, presente su quasi tutte le navi italiane), la differenza più che altro sono i sistemi di tiro meno sofisticati, in genere privi di radar. Le navi attuali sono passate a queste armi sofisticate specie dopo la Guerra fredda, con il proliferare delle minacce non-convenzionali, anche se questo ha lasciato aperta un'ulteriore necessità per altre armi che siano più maneggevoli e pronte, tipo le mitragliatrici leggere.

Questa la risposta tecnica agli scontri navali ravvicinati. Ma se per le navi da guerra principali si tratta di difendersi da terroristi o forze speciali, motivi ben differenti sono la ragione per la quale esistono esattamente gli stessi sistemi d'arma anche per le navi di organizzazioni tipo Guardia costiera, chiaramente interessate ad affrontare qualcosa di diverso: piccoli natanti di fuorilegge di contrabbandieri o pirati. Resta da vedere se tali armi(ma per ora non se ne ha notizia) saranno prima o poi applicate anche su mercantili operanti in zone infestate dai pirati. Dato che le armi leggere sono spesso presenti a bordo (come dimostra l'episodio di Blake, anche se di piccolo cabotaggio), un domani questa potrebbe essere semplicemente un'evoluzione logica verso maggiori esigenze di autodifesa. La distanza tra le armi leggere 'civili' e sistemi 'bellici' veri e propri non è piccola, ma non è detto che non sarà prima o poi superata.

Fonti

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  • Fatutta, Francesco, Speciale Marines sovietici, RID 11/1991
  • Panorama&Difesa, rubrica notizie navali, giugno 1992.
  • Annati, Massimo, Il ritorno dei cannoni di piccolo calibro, RID 6/97