Un maestro dell'incisione. Intervista a Pietro Diana

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intervista a cura di Alexmar983

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venerdì 10 luglio 2015


Il 28 dicembre di quest’anno Pietro Diana compirà 84 anni. Anni che ha trascorso un po’ defilato dal grande pubblico sopratutto per scelta personale, ma che lo hanno visto vivere una carriera artistica indubbiamente intensa e sfaccettata. Pietro Diana è stato un maestro nel vero senso del termine, essendosi dedicato con passione anche all’insegnamento per oltre quarant’anni, titolare della prima cattedra di tecniche dell’incisione della Accademia di belle arti di Brera dal 1976 al 1997. È un artista poliedrico, e non solo nelle tematiche affrontate, caratterizzandosi per grande laboriosità e perfezionismo. Approfittiamo della sua esperienza per riflettere sul mondo dell'arte incisoria degli ultimi decenni.

Wikipedia

Wikipedia ha una voce su Pietro Diana (pittore).

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLei si è dedicato all’insegnamento con convinzione, prima come assistente e poi come docente. Ritiene che questa esperienza abbia influito in qualche modo sulla sua produzione, ponendola in contatto con il cambiamento o con le novità in un modo diverso da altri suoi colleghi? Ci sono ad esempio sperimentazioni che non avrebbe intrapreso se non avesse insegnato all’Accademia?

Diana : Con gli allievi si stabilisce un dialogo, talvolta un’osmosi. Degli scambi avvengono, ma non è detto che nel campo dell’arte la sperimentazione conduca a risultati concreti apprezzabili, come in un laboratorio di chimica o di biologia. Ci possono essere delle conquiste, condivisibili, che possono suggerire nuove aperture, nuove strade verso cui avviarsi. Non è molto frequente, tuttavia, imbattersi in suggerimenti significativi. Nel mondo dell’arte ricerca e sperimentazione incidono meno che in altri campi.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgCome insegnante ha aiutato i giovani ad esprimere la propria creatività trasferendo loro adeguate competenze tecniche. Secondo lei è possibile che nelle società postindustriali l’impoverimento di queste ultime riduca drasticamente la voglia di sperimentare, a livello pratico, del singolo individuo? Nella ricerca accademica e tecnico-scientifica la sperimentazione è inoltre divenuta difficile senza grandi investimenti, possibili solo con il supporto di grandi complessi industriali o iniziative transnazionali. C’è, anche nel mondo dell’arte, il rischio che l’originalità a livello di tecnica sia sempre meno nelle mani del singolo e che la sperimentazione perda di profondità?

Diana : Dipende molto dal tipo di ricerca, dal campo. In certi settori la ricerca richiede investimenti significativi e gioco di squadra, una sinergia, una collaborazione tra specialisti diversi. L’intuizione però raramente deriva da un lavoro di squadra: costituisce l’aspetto propriamente creativo, presente anche nella ricerca scientifica, e l’intuizione di gruppo non è fenomeno frequente. Anche in campo artistico ci sono stati e ci sono tuttora dei gruppi: i risultati variano, come anche la loro persistenza. Ma non si può escludere d’incappare nel rischio di voler “semplificare” un po’ troppo. Per il resto, ai giovani si forniscono solo degli strumenti, lasciandoli il più possibile liberi nelle loro scelte.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSempre parlando di sperimentazione tecnica, lungo il suo percorso artistico lei si è dedicato anche alla creazione di automates, congegni meccanici animati, a metà fra la scultura e l’oggetto fantastico. Questo interesse si è protratto per decine di anni, e può essere considerato almeno inizialmente simile a un hobby. Secondo lei queste lunghe sperimentazioni sono oggi alla portata di chi fa arte per vivere e si deve confrontare con un mercato molto dinamico?

Diana : Secondo un noto aforisma, la differenza tra bambini e adulti sta nel prezzo dei loro giocattoli. Gli automates sono per me dei giocattoli di un certo lusso: per me il giuoco consiste appunto nell’idearli e costruirli, e non risponde a logiche economiche. Naturalmente è un discorso personale, non generalizzabile. Anche se per amore di verità devo precisare che quando ne esposi per la prima volta, a Torino, città legata a una tradizione esoterica, magica e misterica, mi capitò di venderne cinque. Avevo incontrato altri cui piacevano gli stessi giocattoli.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Pensa che la diffusione dell’arte concettuale nei mezzi di comunicazione di massa abbia contributo a svilire la percezione del pubblico del ruolo che la preparazione (l’abilità tecnica e le competenze storico-artistiche) gioca nella formazione di un artista?

Diana : Se accettiamo, almeno come ipotesi di lavoro, l’asserto di Klee secondo il quale “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, lo sforzo maggiore dell’artista dovrebbe essere teso a tentare di “esprimere l’inesprimibile”. Non è un problema di tecnica, o di sperimentazione. Alle competenze tecniche è stata attribuita un’importanza sempre minore, il più delle volte puntando alla ricerca di soluzioni “nuove”, in realtà sempre più semplici: “Fare con meno”. Ma non sempre le scorciatoie pagano appieno. Si è poi finito per privilegiare l’idea in sé, senza badare alla sua (eventuale) realizzazione. Ma è ancora lo stesso “fare arte”?

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIl copyright è un aspetto interessante che si affronta pochissimo nella scuola dell’obbligo, anche se per chi svolge un lavoro creativo è indubbiamente un aspetto centrale. Nell’arte dell’incisione ci sono voluti ad esempio decenni per produrre una definizione operativa di originalità; un dibattito che ha portato alla “Dichiarazione di Incisione Originale” del 1994 e a cui all’epoca lei ha partecipato, ricordando l’importanza di distinguere fra tecniche di espressione e tecniche di riproduzione. I mezzi offerti dal progresso tecnico, favorendo la riproducibilità, pongono da più di un secolo la tutela della creatività del singolo di fronte a sempre nuove sfide. Com’è possibile a suo avviso portare, se non i cittadini, almeno i giovani artisti a inquadrare correttamente il fenomeno?

Diana : L’argomento è complesso, e piuttosto spinoso. Le incisioni di Pieter Bruegel sono tuttora apprezzate e richieste, ma lui non ha mai toccato una lastra, ha solo eseguito i disegni. Sono opere “da” e non “di” Bruegel. E non è stato certo il solo, in questo. In tempi più recenti artisti famosi si sono affidati a litografi per la realizzazione delle matrici, con o senza supervisione: erano anche lavori ben fatti, ma non “di mano” di chi poi li ha firmati. Senza parlare poi delle falsificazioni vere e proprie. La “Dichiarazione” ha voluto regolamentare la materia, per quel settore specifico. Poi c’è sempre chi non rispetta le regole del giuoco. Il problema della tutela della paternità di un’opera d’arte è però molto più vasto e complicato e non ritengo sia il caso di addentrarsi nel ginepraio, in questa sede. Irrinunciabile è il “diritto morale” dell’autore, ma i casi di plagio non sono rari, anche illustri, nella storia dell’arte. Lo “Sposalizio della Vergine” di Raffaello, in fondo, non è un plagio dal Perugino, pur restando un capolavoro?


W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgNello specifico qual è stato, a suo avviso, l’impatto della rete sul mondo dell’arte e del copyright? Con la capillare diffusione delle immagini sulle piattaforme sociali e lo sviluppo di motori di ricerca sofisticati, secondo lei anche la percezione di un artista in merito alla tutela del diritto d’autore potrebbe evolvere?

Diana : Certo, la riproducibilità tecnica e l’avvento della rete hanno ampliato il fenomeno. Ma il limite, a mio parere, consiste nello sfruttamento economico dell’immagine. E non penso a poster realizzati senza autorizzazione, ma all’utilizzo delle immagini a scopo pubblicitario. Anche solo nel campo della fotografia, non può essere consentito che chiunque voglia si serva liberamente dell’immagine di Marilyn Monroe con la gonna alzata per reclamizzare indumenti intimi, di Che Guevara con il sigaro per la pubblicità del tabacco, o di Hemingway con una bottiglia in mano ... Ricordo ancora bene la Gioconda leonardesca utilizzata come etichetta, per dei biscotti, una robiola, e altro. Può sembrare scortese da parte mia, ma mi permetto di aggiungere che non mi sembra ottimale neppure che Wikipedia, per pubblicare la riproduzione un’opera d’arte a scopo esemplificativo, a scanso di possibili complicazioni future chieda all’autore l’accettazione preventiva di qualsiasi eventuale abuso in merito (”Dichiaro di essere a conoscenza del fatto che concedo a chiunque il diritto di usare l’opera in un prodotto commerciale e di poterla modificare a seconda delle proprie esigenze”). Mi sembra un punto debole in un’organizzazione per altro ammirevole e più che meritoria, un punto da rivedere.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLa rete è anche uno dei fattori che ha reso il mondo sempre più globale negli ultimi venti anni. L’altro è stato la nascita di un mercato mondiale progressivamente unificato. In un’intervista del 1994 lei, parlando del mercato, diceva che “quello europeo è una cosa, quello americano un’altra”. In un’epoca successiva alla nascita del WTO e all’esplosione economica dell’Asia una frase del genere ha ancora senso nella stessa misura?

Diana : Certo, il mondo è diventato sempre più globale, e la sfera delle conoscenze è sempre più condivisa. Il mercato dell’arte tuttavia è rimasto disomogeneo, con scale diverse. Gli artisti italiani sono poco presenti, e quotati, sul mercato internazionale, salvo poche note eccezioni, mentre artisti “internazionali” sono stati imposti sul mercato mondiale, e accettati. A monte ci sono state operazioni di marketing che hanno avuto origine strategiche di natura estranea alle logiche dell’arte in sé e del suo commercio. Sul finire degli anni Quaranta la potenza egemone ha voluto acquisire anche quella supremazia, e c’è riuscita: New York ha soppiantato Parigi come principale piazza mondiale del mercato dell’arte e correnti artistiche che in qualche modo potevano essere dichiarate “made in USA”, come l’espressionismo astratto, hanno conquistato mercati e primati. Sono stati fenomeni indotti, ormai ben conosciuti e studiati a fondo: alla Bocconi, almeno, se non a Brera. Ora si profilano scenari nuovi: tutto è in evoluzione, e non mi sento in grado di tentare di fare il profeta.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIn un mondo “globalizzato” spesso l’immagine mediata dai mass media dell’artista è anche quella di un cittadino del mondo, di un globetrotter in cerca di sperimentazione nelle grandi aree urbane postmoderne. Potrebbe stupire quindi leggendo la sua biografia apprendere che lei abbia insegnato a Brera per molti anni, abbia conosciuto a Milano sua moglie e lavori da una vita sempre nel capoluogo lombardo in uno studio in via Panzini. Ha sicuramente viaggiato come molti, ma come artista i suoi viaggi maggiori rimangono tuttavia quelli della mente. Alla luce del suo percorso, crede che si possa ancora, al giorno d’oggi, restare legati in quanto artisti a una città?

Diana : Che io mi trovi fisicamente in California o sul Fiume Giallo influisce poco sulle mie tematiche: me le porto dentro, dovunque vada. Gli spunti dall’esterno incidono poco anche sul mio linguaggio. Non sono tenuto a seguire le mode locali. Semmai colgo degli spunti, che vengono poi assimilati ed elaborati, riemergendo a distanza di tempo. Per il resto … sì, a Milano mi sento a casa, tuttora.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLei ha partecipato alla Seconda Biennale d'Arte Sacra nel 1955, mentre al 1975 risalgono le Sei incisioni per la Pace in occasione dell’anno santo. Anche considerando la sua esperienza personale, come pensa che si evolverà il rapporto fra arte e religione, soprattutto in un paese come l’Italia dove è stato profondo (e fecondo) per secoli?

Diana : Il senso del Sacro è una delle tante componenti dell’animo umano, anche se nel tempo si è molto ridimensionato. Il nostro contesto culturale è rimasto quello della tradizione cristiana e cattolica. Ma è difficile possano ripetersi i fasti del passato, che erano stati resi possibili dalla concomitante presenza di geni dell’arte, di esponenti della Chiesa illuminati e competenti, e di disponibilità economiche grandiose. In tempi recenti, Papa Roncalli conosceva personalmente Manzù e gli concesse carta bianca: non è da tutti. Papa Montini aveva come segretario Monsignor Pasquale Macchi, persona notevole per competenza e buon gusto. Oggi il Cardinal Ravasi è un esponente di vastissima cultura e di sicure competenze, ma non credo sia in grado di commissionare grandi opere. Oltre alla preparazione e all’ampiezza di orizzonti (che non è detto coincidano sempre) occorrono anche mezzi finanziari e volontà d’impiegarli per la cultura e l’arte. Temo ci si debba accontentare di lavori minori e di qualità più modesta. C’è molta mediocrità, ovunque, attualmente. E ci si accontenta.


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