Tibet: la Cina proibisce la reincarnazione senza l'autorizzazione del Governo

Da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto
Jump to navigation Jump to search

mercoledì 29 agosto 2007

Il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso.

Il governo cinese ha varato un provvedimento che vieta ai monaci del Buddismo tibetano, di reincarnarsi dopo la morte, a meno che il Partito Comunista Cinese non ne abbia concesso l'autorizzazione apposita. L'Amministrazione Statale degli Affari Religiosi ha affermato che il provvedimento "è un passo importante per istituzionalizzare il controllo della reincarnazione". La legge entrerà in vigore il mese prossimo.

Il motivo del provvedimento, rientra nel piano di controllo dell'influenza del XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso: la guida spirituale del Buddismo tibetano (ex monarca del Tibet storico e attuale massima carica dell'Amministrazione Centrale Tibetana), giunto ormai alla soglia dei 72 anni, secondo la tradizione, con la morte lascerà il suo corpo e rinascerà sotto nuove spoglie, in modo tale che i tibetani possano avere sempre una guida.

Tuttavia, poiché il Dalai Lama si trova in esilio in India da oltre 50 anni, non può recarsi in Cina per richiedere l'autorizzazione alla reincarnazione. In questo modo, di conseguenza, il Partito Comunista Cinese potrà avocare a sé la scelta del prossimo Dalai Lama, in base all'autorizzazione apposita rilasciata dal governo stesso.

Gli attivisti tibetani hanno giudicato assurda l'idea che il governo possa controllare il meccanismo reincarnazionistico. Il Dalai Lama, che in base alla tradizione potrà controllare la propria reincarnazione, ha già affermato che non si reincarnerà in Tibet, proprio per sfuggire alla legge cinese. Tuttavia, secondo Paul Harrison, studioso del Buddismo a Stanford, la questione potrebbe essere più complessa: il Tibet ha sempre avuto un Dalai Lama come guida unica. L'ipotesi che vi siano due Dalai Lama, uno nominato dal governo cinese e uno dai monaci buddisti, "sarà una questione molto calda".

Tuttavia, secondo Tenzin Norgay, portavoce del Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia, saranno pochi i tibetani che accetteranno un Dalai Lama nominato dal governo cinese, poiché è assurdo che un partito ateo sia in grado di riconoscerlo secondo i mezzi che la tradizione buddista fornisce da oltre 600 anni.

Nel mondo vi sono circa 130.000 tibetani in esilio, soprattutto in India, Europa e America settentrionale. L'idea che il Dalai Lama possa reincarnarsi in un non-tibetano, dicono gli esperti, non è realizzabile.

La nuova legge, in vigore dal 1 settembre prossimo, fa parte del controllo sulle religioni esercitato dal Partito Comunista Cinese: soluzioni simili sono applicate al Cattolicesimo (attraverso la Chiesa Cattolica Patriottica, che sfugge al controllo del Vaticano e nomina nuovi vescovi senza l'autorizzazione del Papa) e al Taoismo Zhengyi (di cui dal 1992 l'Associazione Taoista Cinese ordina i sanju daoshi senza la tradizionale mediazione del Maestro Celeste; questione per la quale non si sono verificate, tuttavia, tensioni).

Il nuovo provvedimento, secondo il governo cinese, serve a "preservare l'armonia sociale", una locuzione spesso usata per giustificare provvedimenti di materia etica, politica o economica. Nel frattempo il Dalai Lama continua la sua azione per il Tibet: dopo avere rinunciato all'indipendenza per venire incontro al governo cinese, il Dalai Lama chiede più autonomia per la regione.

Fonti