L'Ucraina affronta una nuova crisi politica, a rischio la stabilità della nazione

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giovedì 11 settembre 2008

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L'Ucraina attraversa in questi giorni una profonda crisi politica, i cui due principali attori sono gli ex alleati Julija Tymošenko e Viktor Juščenko, rispettivamente premier e presidente della nazione dell'est europeo, già protagonisti del ricambio politico di qualche anno fa (la cosiddetta Rivoluzione arancione).

Il 9 settembre, all'Eliseo, si è tenuto un vertice tra l'Unione Europea e l'Ucraina, che ha comportato solo un "accordo di associazione", ma senza impegno diretto, nonostante le parole profuse dal presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha detto: «L'Ucraina è un Paese europeo che condivide con noi valori e storia».

La formula dell'accordo di associazione lascia presagire che in futuro l'Ucraina possa chiedere di entrare nell'Europa a 27, presentando apposita domanda, essendo la procedura prevista nell'art. 29 del Trattato di Nizza.

Si tratta quindi di una forma di equilibrio tra i paesi favorevoli all'annessione, come Regno Unito, Svezia e Polonia e contrari, o «freddi», come Germania, Austria e Paesi Bassi.

Per ora l'Ucraina si trova in una condizione simile a quella che ha la Turchia dal 1963, e che ancora non ha portato ad una sua entrata nell'Unione. Principalmente, le ragioni che giustificherebbero il "congelamento" dell'annessione è che si potrebbe verificare un eccesso di migranti in molte nazioni del centro-sud Europa, già piuttosto sature di immigrati recenti (come nel caso di quelli provenienti dalla Romania).

La Caucaso dell'agosto scorso, inoltre, ha ulteriormente inasprito lo scontro politico. L'equilibrio della regione, infatti, si è spostato dopo il conflitto armato tra Russia e Georgia, la prima delle quali ha ribadito la sua ferma volontà di rafforzare la sua influenza in un'aerea assolutamente strategica dell'est Europa-Asia.

L'Ucraina avrebbe potuto aiutare i Georgiani sia politicamente che militarmente, come sarebbe stato nella volontà di Juščenko; ma non è avvenuto. La premier ha, piuttosto, evitato un profilo "alto" che avrebbe potuto sfidare apertamente Mosca. Da qui, già da settimane, l'accusa, mossa dal presidente a suo carico, di «tradimento nei confronti del Paese».

Viktor Juščenko, con i visibili segni del presunto avvelenamento da diossina subito nel 2004

Juščenko ha quindi ritirato i propri ministri dal governo di coalizione accusando anch'esso la premier di tradimento. I tempi della "Rivoluzione arancione", in cui erano alleati strettissimi, sembrano oggi lontani; anzi, dell'avvelenamento subito da Juščenko, che gli costò un grave deturpamento del suo volto, sia adesso accusata, seppure come complice, la pasionaria premier.

Durante la missione politica in Europa di Juščenko, la Timoshenko ha stabilito una linea del tutto contraria ad uno scontro con Mosca, ad iniziare dallo sfruttamento di Sebastopoli, porto della Crimea, principale base della flotta Russa del Mar Nero. Anche l'entrata nella NATO è destinata ad essere posticipata, in quanto non nelle priorità.

Per accentuare lo scontro tra i poteri repubblicani (o forse per disinnescarlo), visto che il Presidente può usare le truppe del Ministero dell'Interno, al Parlamento si sta prevedendo di cambiare tale possibilità con la ri-denominazione delle suddette truppe in "Guardia Nazionale", da mettere, come l'Esercito, sotto controllo del Governo.

Non solo, ma nella Rada (il parlamento Ucraino) si cerca di creare una Große Koalition, fatta stavolta con il partito filorusso di Viktor Yanukovich, proprio colui che fu sconfitto dall'omonimo Juščenko, e che ha ancora il controllo del maggior partito ucraino.

La maggioranza che ne risulterebbe potrebbe consentire di modificare la Costituzione, togliendo poteri al presidente e magari avviando la nazione verso nuove elezioni, le quarte in altrettanti anni. Non si placano neanche le voci di un possibile colpo di stato, che potrebbe essere tentato da entrambe le parti in causa. Tuttavia, più probabile, data la debolezza di entrambi i contendenti, sembra la strada di un accordo per le dimissioni del presidente, in uno scenario politico quanto mai fluido e aperto a ogni possibilità.

Fonti