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Renzo Davoli: software libero e libertà intellettuale

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di piero tasso

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martedì 4 dicembre 2007 Wiki@Home ha intervistato Renzo Davoli, attivista del software libero, che ci ha parlato del mercato informatico e di libertà intellettuale

Microbiografia

Renzo Davoli è docente di informatica all'Università di Bologna, dove insegna tra l'altro Sistemi Operativi; ma è anche un hacker, attivista del software libero e sostenitore dell'Intellectual Liberation Front [1], e l'autore della petizione "Liberalizzazione nel campo del Software per Personal Computer" LiberaSw [2].

Incontro con l'hacker

Renzo Davoli allo stand di Wikimedia Italia, al Festival della Creatività

Abbiamo incontrato Davoli il 27 ottobre in occasione del Festival della Creatività di Firenze, dopo che aveva preso parte ad un ciclo di interventi dedicati ai saperi liberi, nell'ambito del Linux Day che ricorreva quel giorno. E così ne abbiamo approfittato per sottoporgli tutte le nostre curiosità...

Intervista

La petizione

W@H: liberasoftware è una petizione che mira ad aprire il mercato informatico al software open source...

Davoli: liberasoftware è una petizione che mira semplicemente a mettere tutti gli attori su un pari livello; attualmente c'è una posizione dominante di mercato e questa non è una cosa che dico io, ma l'ha detta recentemente anche una corte europea sanzionando Microsoft per la posizione dominante che ha sul mercato; e questa posizione si deve anche alla impossibilità pratica da parte degli utenti, dei cittadini - io non li chiamo consumatori perché è un termine che io non accetto - di acquistare un personal computer con il sistema operativo o comunque con il software che vogliono, oppure senza software.
Questo lo si può vedere nella vita di tutti i giorni, non è che occorra fare degli studi di mercato, basta che ogni persona faccia un minimo di analisi nella sua vita, veda le pubblicità che arrivano a casa, veda la pubblicità sui giornali, entri in un centro commerciale. Il cittadino vedrà che non ha possibilità di comprare altro che macchine non solo col sistema operativo Windows, ma in questo momento con quel preciso sistema operativo Windows Vista: se uno vuole XP o è fanatico di Windows 2000 perché ha una applicazione che non vuole aggiornare, non può, e questo lede le libertà personali dell'individuo. Infatti la petizione si chiama liberalizzazione, perché non vincola nessuno, non voglio che qualcuno sia obbligato (sarebbe contro il mio ideale di libertà) a fare qualcos'altro, ma non deve essere obbligato per nulla.
Come funziona la petizione: nel momento in cui si acquista un computer in realtà si stipulano due contratti: uno è un normale contratto di vendita, di un bene fisico come può essere la vendita della macchina, della casa, di un libro; l'altro è un contratto di licenza d'uso del software (sistema operativo, applicativi eventualmente installati) ma è un contratto del tutto separato. Il primo è un contratto di vendita, il secondo è un contratto assimilabile ad un servizio, una locazione, quindi è giusto che il cittadino sappia quanto del prezzo che sta pagando è dovuto per ottemperare al primo contratto e quanto al secondo.
Avendo i prezzi separati il cittadino può quindi scegliere di acquistare solo l'hardware senza il software. Dal punto di vista operativo questo è facile da realizzare: un commento che fanno le case produttrici di hardware è quello di dire "attualmente la maggior parte della nostra clientela vuole quel software specifico, perché devo scontentarla dando una macchina priva di software?" o nell'altra obiezione dicono "se io metto sul mercato macchine con Windows Vista, Windows Xp, Linux Ubuntu, Linux Debian... ho magazzini pieni di materiale invenduto".
Io non voglio nulla di tutto questo, se vogliono continuare a vendere macchine con sistema operativo pre-installato lo facciano se lo ritengono conveniente; ma un codice di attivazione messo dentro una busta chiusa può fare in modo che l'utente eviti di acquisire la licenza d'uso di un software che non vuole semplicemente scegliendo di non aprire la busta e restituendola al venditore. In questo modo il cittadino non può usare il software, perché non riesce a digitare la chiave di attivazione, quindi non potendolo utilizzare non ne usufruisce, può non pagare la licenza d'uso. E così il fornitore dell'hardware invece accontenta la sua clientela... diciamo più numerosa.
La terza regola della petizione è la regola più complessa, ce n'è una versione nella petizione un po' complicata, dice che se c'è scritto un prezzo un'altra azienda può comperarne un certo numero di copie da installare su altri computer: serve per fare in modo che uno non scriva "zero" perché se uno scrivesse "zero" un'altra ditta potrebbe dire "dammi un milione di copie a costo zero". Effettivamente il software un costo, la licenza d'uso, ce l'ha in qualche modo, e quindi deve essere esplicitato. Nella proposta di emendamento che il gruppo politico di Rifondazione Comunista ha messo in piedi per la "Bersani" c'era un'altra regola che lo legava ai prezzi di mercato delle licenze, ma il concetto è lo stesso: l'idea è di mettere un prezzo che sia credibile.
Per il cittadino, se passassero le richieste della petizione, cambierebbe solo che quando riceve la pubblicità a casa o va al supermercato nei cartellini o nelle indicazioni del prezzo del personal computer ci sarebbero due diversi prezzi, messi anche per differenza: "guarda questo portatile, costa 700 euro di cui 100 di software", facendo così è tutto semplicemente più chiaro, si mira alla chiarezza. Non solo: sarebbe un beneficio per le aziende e per le scuole che vogliono usare altri tipi di software perché sarebbero abilitate a farlo. Sarebbe un bene per la conoscenza locale, perché si potrebbe divulgare altri tipi di software, dei quali il grande pubblico non ne conosce l'esistenza, nella situazione attuale. Le aziende italiane che commercializzano elaboratori poi potrebbero avere un vantaggio competitivo per fare il business verso gli altri paesi dell'Unione in zona Schengen, perché sono tanti gli utenti anche in altri paesi che stanno aspettando una simile normativa. Tanto è vero che proposte simili alla mia petizione sono state fatte (a mia conoscenza) in Spagna, in Francia e in Germania, ed ora c'è una proposta anche a livello europeo.
Questa esigenza è una esigenza che è un po' sentita in tutta l'Unione.


W@H: ma quindi è anche realistico che venga applicata e fatta propria dal Governo, oppure è più una speranza?

Davoli: allo stato attuale io ho parlato con diversi parlamentari, avendo conforto nel supporto della proposta; proprio ieri qui a Quifree.it ho parlato con un consigliere del Sottosegretario Beatrice Magnolfi (sottosegretario alle riforme e innovazione nella pubblica amministrazione, ndr). Mi diceva che era molto ben disposta a fare quanto di sua competenza per supportare la proposta.
Lasciatemi essere un po' cattivello... i politici hanno due piani di lavoro, quello di ciò che dicono e quello di ciò che fanno, quindi io aspetto a gridare gatto quando sarà nel sacco, però i presupposti della prima ora ci sono; d'altronde è importante fare notare ai politici che a tutt'oggi 9.300[3] persone si sono espresse a favore... E si sono espresse non a caso: se si va sul sito della petizione e si guardano i commenti si vede il perché e quali sono le motivazioni che portano a supportare questa proposta.
9.300 persone che non sono i ragazzini che non vogliono il costo di ricarica del cellulare, sono persone che hanno un peso politico, possono anche condizionare l'opinione delle persone vicine, delle persone attorno, possono avere rilevanza politica anche in elezioni, quindi è la nostra arma di ricatto per avere risposte, anche se il meccanismo elettronico della petizione del sito petition online non ha valore strettamente legale, non è una proposta di legge, non è una cosa istituzionale, però un buon numero di persone ha un peso politico in ogni modo, perché son le regole della democrazia.


W@H: le prime 7.000 adesioni sono arrivate in tempi abbastanza brevi, poi per arrivare a 9.000 ci son voluti più mesi: ci sono idee per provare a rilanciare l'iniziativa?

Davoli: come in tutte queste cose uno dei problemi è che veniamo censurati, diciamo la parola giusta. Se questa cosa ha una forte eco nei tam tam dei blogger, nei tam tam dei siti, non riesce però ad emergere sui canali della stampa e televisione, sui media convenzionali, e la mia ipotesi a tal proposito è che la sponsorizzazione forte che fanno le case di software proprietario su questi media vieti di fatto loro di pubblicare opinioni alternative. Alla prima ora, siccome è una esigenza concreta e sentita, il popolo della rete - quello che legge continuamente le notizie, che sta attento e si vuole informare, in particolar modo quelli che hanno più conoscenze tecniche - ha risposto al primo colpo; adesso, man mano, stiamo prendendo tutte le persone che assumono consapevolezza nonostante la censura da parte degli organi di comunicazione di massa.
Non abbiamo fretta, vedo che il trend è sempre monotono crescente, i nuovi che si iscrivono mi mandano indicazioni, supporto, quindi vuol dire che ci credono. Adesso penso che manifestazioni come questa, il Linux Day che c'è oggi, possano dare una mano. Io credo molto nel tam tam mediatico sulla rete, credo molto nel fatto che la rete ci renda tutti protagonisti, non spettatori. Wikipedia è proprio l'esempio classico, il campione da usare per far vedere questo fenomeno.


W@H: Nel dipartimento di informatica dove insegna, quanto è importante il software libero? Viene usato e promosso anche dagli altri docenti?

Davoli: il Dipartimento di Scienze dell'Informazione dell'Università di Bologna è da sempre stato legato al software libero. È un dipartimento che è cresciuto da pochi anni, come tutti i dipartimenti di informatica; il corso di laurea esiste dal 1987, ed è una scelta quella del software libero che è stata condivisa volontariamente dalla totalità dei docenti. I nostri laboratori, anzi, il nostro laboratorio, che è uno, è in pratica totalmente basato su software libero, e abbiamo alcune macchine col software proprietario usate dai laureandi che devono fare qualche studio specifico. Ma a partire dal primo anno tutti i nostri studenti lavorano con macchine basate sul software libero.
Questo perché? perché noi siamo consapevoli che non possiamo dare delle conoscenze informatiche per fede o senza poter dire allo studente che ha maggiore curiosità "no, non puoi guardarlo, non puoi andare a capire, a smontare per vedere come è fatto, per capire come funziona". Per avere la conoscenza uno deve poter soddisfare tutti i suoi bisogni conoscitivi avendo la possibilità di accedere alle fonti; e questo va bene per tutte le scienze e anche per l'arte. Sarebbe impossibile dire ad uno studente di arte: "parla del Masaccio ma non puoi andare a vedere da vicino il quadro".
La visita ai musei per gli studenti d'arte è fondamentale; se uno studia ingegneria meccanica deve aver visto un motore, non può aver solo sentito parlare di un motore. Chi studia informatica deve poter smontare concettualmente e logicamente le componenti che sta studiando. E questo è stato il motivo di una scelta, che portiamo avanti praticamente da sempre, perché anche prima dell'avvento di Linux noi utilizzavamo già GCC come compilatore, poi quando è arrivato Linux abbiamo installato GNU/Linux.

La libertà intellettuale

piero tasso intervista Renzo Davoli
27 ottobre 2007

W@H: Passando al tema della libertà intellettuale [1]; volevo farle una premessa che è anche una provocazione: il diritto d'autore è nato per difendere gli scrittori, artisti ed editori, che vedevano "bruciare" il loro lavoro da altri editori senza scrupoli che stampavano versioni non autorizzate (l'ha fatto anche Le Monnier in Italia), limitando l'iniziativa editoriale a causa dei mancati guadagni e degli investimenti sprecati; è nato quindi per difendere la nascita dell'editoria da azioni considerate piratesche.

Adesso cos'è cambiato rispetto all'epoca?

Davoli: è cambiato che nel mezzo c'è stata la rivoluzione digitale, noi possiamo rappresentare la conoscenza in numeri, in formato digitale. Perché gli editori, gli scrittori etc avevano bisogno di difendere la loro conoscenza? La loro conoscenza era legata ad atomi, quindi per poter leggere un libro non si poteva comprare o ricevere semplicemente il testo, le parole del libro: bisognava comprare il pezzo di carta; quindi l'editore andava a difendere un suo investimento: aver dovuto impaginare il libro, averlo dovuto stampare, avere degli invenduti in un magazzino, avere un trasportatore che doveva trasportare la carta, e così si potrebbe dire per i CD e così via.
Ma qual è l'opera d'arte? Domandiamoci questo, perché molto spesso si confonde il supporto con l'opera. L'opera d'arte non è il libro, non è il CD, ma è il romanzo, è la poesia, è la musica, quindi attualmente cosa è cambiato? È cambiato che potendo trasformare questo in un numero, una canzone piuttosto che un testo, ha assunto la stessa natura, ha ripreso la sua vera natura, che è quella di numero; "Promessi sposi", piuttosto che "Per Elisa" di Beethoven, piuttosto che... che ne so... "l'Infinito" di Leopardi, sono come Pi greco. Ora, se io racconto Pi greco, spiego che cosa è o ne scrivo una rappresentazione, quello non ha un costo. Il costo marginale, quello della copia in più, è diventato nullo. Quindi tutti i metodi di protezione che c'erano risultano in realtà inutili. Occorre ripensare tutto in quest'ottica. In futuro si riuscirà a codificare di tutto: gli odori, i sapori, le sensazioni, le sensazioni tattili, ma mettiamoci d'accordo, si capisce benissimo con una statua: la statua è un'opera d'arte, se io guardo la statua dal vivo assumo delle sensazioni perché posso vederla in un certo modo, posso ammirare tanti aspetti del dipinto nel museo, altra cosa è l'immagine del dipinto. Mi piace citare la statua di Magritte, "Ceci n'est pas une pipe" - questa non è una pipa... è l'immagine della pipa.
In fondo la fotografia o il quadro è l'immagine dell'opera d'arte, anche nella musica l'MP3 non è l'esibizione dal vivo, ma è l'immagine dell'opera d'arte.
Quindi è cambiato che abbiamo costi marginali nulli (il costo marginale è il costo per produrre una copia in più, ndr). A questo punto l'artista ha altri canali per essere remunerato, tant'è vero che molti artisti lo fanno e che molti trovano più conveniente questa metodologia. Quali canali possono avere? l'esibizione dal vivo: chi scrive dei libri, siccome non ha costi materiali, se molti leggono il libro per lui è un pro perché avrà molti lettori nel prossimo libro, potrà fare conferenze, oppure se scrive dei romanzi li può pubblicare ad un prezzo che sia equo. Ad esempio se invece che avere le librerie, che hanno scaffali pieni di libri, uno potesse dire, in un negozio dotato di una stampante veloce locale "voglio una stampa di quel libro lì", potrebbero avere degli introiti dati dalla vendita dei libri cartacei. Io stesso leggo un sacco di documenti su rete, anche manuali tecnici, ma se ho bisogno di consultarli spesso, se sono particolarmente importanti, me li stampo. E fra la noia di stare a stampare, rilegare, ed avere qualcuno che mi fa questo servizio, potrei trovare conveniente prendere questo servizio.
L'altro giorno cercavo un brano musicale che posseggo in un CD, ma avendo tre figli in giro per casa mi è capitato che il CD non fosse al suo posto, ed io avrei dato volentieri un euro per avere quel brano musicale, anche fosse stato libero.
Da quando ci sono le copie in rete molte opere hanno avuto maggiore interesse, non hanno avuto un danno. Io faccio sempre l'esempio di Adobe Photoshop: Adobe Photoshop è un programma che se fosse stato pagato da tutti al suo prezzo reale, non lo conoscerebbe nessuno. Adobe Photoshop, lo dico con cognizione di causa, deve la sua fortuna alle copie abusive.
Allora domandiamoci bene che cos'è al giorno d'oggi questa cosa che erroneamente viene chiamata pirateria. Non è pirateria, non ha nulla a che vedere con questo. La pirateria ha a che fare con dei beni materiali: se un pirata prende una cosa ad una persona, l'altro non ce l'ha più. Qui stiamo parlando di scambio di conoscenza: è vero, la copia abusiva fatta contro il volere dell'autore è una cosa cattiva, fatta male. Ma è come non pagare il biglietto sull'autobus, uno riceve un servizio e non paga il biglietto. Se poi a fianco c'è un autobus messo a disposizione dal comune gratuito ed io ho deciso di prendere l'altro è mio libero arbitrio.
Però non sono qui a dire: "copiate e violate le regole degli autori!", no, è cambiato il mondo, bisogna cambiare le regole, ostinarsi a proteggere le opere digitali come si proteggeva la carta, il supporto CD, non ha più senso nel mondo d'oggi.


W@H: Lei prima, nel suo intervento al Festival della Creatività, parlava del fatto che le università ed i centri di ricerca si tarpano le ali chiudendo con brevetti le loro produzioni di conoscenza; ma l'alternativa del lasciarle libere è realistica? ci sono casi in cui la libertà intellettuale e quindi la libera circolazione delle informazioni ha consentito importanti risultati nella scienza?

Davoli: nella scienza è ancora più palese questa contraddizione, potrei dire tutti, tutti i veri risultati scientifici sono nati dalla libertà di trasferimento della conoscenza. È proprio una contraddizione dire "crea conoscenza senza poter accedere alla conoscenza degli altri". Newton parlava di "salire sulle spalle dei giganti", ma se uno non li conosce i giganti potrà salire solo sulle spalle dei nanetti, avrà poca possibilità di guardare oltre. Il problema sta alla radice, l'idea è "come si finanzia una università?". L'Università deve essere un ente commerciale che fa mercanteggiamento delle sue idee? Questo metodo può valere per una università totalmente privata, una università finanziata solo con contributi di aziende e studenti.
Ma nell'università, quella di Stato, quella vera, quella libera, il mio stipendio vien pagato dallo Stato italiano. Questo è il mio codice etico: se io prendessi il mio lavoro e lo chiudessi in favore di una azienda, mi sentirei di commettere interesse privato in atti d'ufficio. Potrebbe anche essere interesse del mio Ateneo in atti d'ufficio, ma in realtà io avrei usato soldi dei contribuenti per favorire questa o quella azienda. Non lo trovo corretto.


W@H: ...ci son professori che si lamentano che se lasciassero libere le immagini del microscopio, le loro dispense etc, rischierebbero di vedersele copiate da istituti privati di preparazione agli esami universitari o comunque da altri docenti...

Davoli: chiunque pensi che un istituto del genere faccia un servizio alla conoscenza secondo me sbaglia, ma è mia opinione personale. I lucidi delle mie lezioni sono liberamente disponibili, a mia conoscenza altre due università stanno usando i miei lucidi per fare lezione e non ci trovo nulla di male, anzi, vado orgoglioso di questo.
Ma torniamo al problema del finanziamento della ricerca... tutte le università hanno bisogno di studiare i risultati presenti in letteratura per produrne di nuovi. Se non lo facessero ci sarebbe il problema che sprecherebbero risorse a fare ricerca su ciò che è già conosciuto altrove e non lo sanno. È una grave mancanza pubblicare un risultato che esiste già nella scienza e si viene quasi derisi come ricercatori a farlo. Occorre quindi conoscere, e questa conoscenza a tutt'oggi costa sempre di più, perché a causa delle chiusure (in questo caso parlo più del diritto d'autore sulle opere, sulle riviste scientifiche) le università pagano sempre di più per accedere agli articoli pubblicati.
Ma questo è un male, perché usiamo soldi che dovrebbero esser dati alla ricerca non per fare avanzamenti scientifici ma per foraggiare gli editori, che prendono la chiusura di una università contro la chiusura dell'altra: l'università A ha bisogno degli articoli dell'università B e viceversa, e ci guadagnano due volte. Ma è completamente "fesso"! Se l'università A e l'università B avessero pubblicato liberamente quelle cose non avrebbero speso per l'articolo dell'altro, ma non avrebbero nemmeno guadagnato per l'articolo che hanno dato fuori. Alla fine considerato che questo fenomeno riguarda una università contro tutte le altre avrebbero tutte risparmiato più del mancato guadagno. A questo punto è un debito per l'università quel diritto d'autore, e lo stanno scoprendo: negli ultimi anni c'è stata una statistica in proposito, non vorrei sbagliarmi coi numeri, ma negli ultimi dieci anni è aumentato del 250% il costo delle riviste scientifiche, per l'università; è spaventoso, sono tutti soldi che in realtà stiamo sottraendo all'avanzamento scientifico.


W@H: lei in alcune sue presentazioni terminava chiamando a raccolta le persone per aprire un Fronte di liberazione intellettuale...

Davoli: non è né una associazione, né un partito; chi vuole aderire deve solo dire che aderisce ed operare, non importa contarci, non importa fare manifestazioni o altro, l'importante è che vengano divulgate delle idee. Io parlo nel sito di ecologia della conoscenza: cos'è l'ecologia della conoscenza?
Quando si parla di ecologia si parla di cose necessarie per la sopravvivenza del genere umano. Per esempio nessuno avrebbe dovuto abbattere l'ultimo albero dell'isola di Pasqua, perché ciò ha rovinato l'ambiente e quindi non ci sono più state le condizioni per vivere in quell'ambiente.
Bene, preservare la conoscenza, soprattutto la creatività, è un obiettivo principale. Noi abbiamo un bene prezioso che è la creatività umana. Se ognuno di noi ha un certo potenziale di creatività occorre che lo coltivi e che soprattutto non lo sprechi. Oggi c'è una forte limitazione della libertà intellettuale, che è il vero diritto: la proprietà intellettuale non esiste, la proprietà è tutta un'altra cosa, è per le cose materiali, è un diritto assoluto sulle cose materiali, ma che non si applica alla conoscenza... infatti quelli che erroneamente vengono chiamati diritti di proprietà intellettuale sono dei diritti temporanei con forti limitazioni e quindi si dovrebbero chiamare "deroghe alla libertà intellettuale".
Dicevo: le deroghe alla libertà intellettuale oggi producono gravi danni perché sprecano (in questo non sono ecologiche) la creatività umana. Perché si spreca la creatività umana? Per tanti motivi: prima dicevo, ci sono ricercatori che non conoscono l'uno il risultato dell'altro, e quindi impegniamo un ricercatore a studiare nuovamente ciò che ha già studiato l'altro: abbiamo sprecato energia creativa.
Ancora: "l'effetto babele"; se due ricercatori non possono comunicare, non c'è libera comunicazione, succede che il ricercatore A chiama un certo concetto in un modo e il ricercatore B lo chiama in un altro, va a finire che creano dei linguaggi scientifici diversi per dire la stessa cosa.
Ancora una volta si perde energia creativa.
Maggiore efficienza: se c'è conoscenza, possibilità di comunicazione, si ha libera concorrenza e si selezionano naturalmente le soluzioni migliori eliminando la falsa scienza. Con la libera circolazione delle idee c'è la libera concorrenza, in realtà le limitazioni alla libertà intellettuale creano dei monopoli, delle chiusure, quindi evitano la libera concorrenza, sia fra le idee, sia dal punto di vista economico.
A tutt'oggi, tra l'altro, i meccanismi di limitazione generano contese, quindi anche dal punto di vista economico molte delle risorse che dovrebbero essere destinate alla ricerca, all'innovazione, vanno ad avvocati, a meccanismi per la litigiosità. Vedete, tutte queste sono energie sprecate.
L'umanità ha davanti a sé delle sfide grosse da affrontare: e non si possono affrontare accumulando degli egoismi, limitando la conoscenza a piccoli orticelli. Abbiamo bisogno di avere una libertà di divulgazione della conoscenza affinché possiamo tutti assieme arrivare a delle soluzioni. I combustibili fossili stanno finendo, l'ambiente naturale ha forti problemi; io faccio sempre quest'esempio: siamo tutti qui a gioire per il fatto che una nazione ha aumentato il PIL di una certa misura ed è più brava perché l'ha aumentato più di quell'altra. È riconosciuto che già con i sistemi industriali attuali il pianeta non regge, quindi è inutile che ognuno nel suo piccolo egoismo di nazione tenti di rubare l'ambiente agli altri, perché questo è quello che fa. Dovrebbero tutti insieme tentare di salvare il salvabile anche a costo di ridurre i PIL; alla fine il PIL andrà ridotto. Tutto sta a vedere se lo ridurremo d'accordo ed in maniera diciamo concordata oppure se sarà il tracollo a farcelo ridurre. E l'opinione pubblica ne deve essere informata, ci deve essere libera circolazione della conoscenza e gli scienziati devono poter lavorare assieme per trovare soluzioni vere.
La singola azienda non ha interesse a risolvere i problemi dell'umanità, il suo interesse è solo far contenti gli azionisti e far quadrare i bilanci, avere il massimo utile. L'unione di tanti egoismi non ha mai creato un altruismo, quindi occorrono delle regole forti dall'alto. Abbiamo visto Kyōto, Kyōto faceva una limitazione minimale ma nessuno l'ha accettata perché son tutti volti a pensare al loro piccolo egoismo aziendale o nazionale.
Perché parlo di questo che sembra scorrelato? perché nell'informazione abbiamo esattamente gli stessi problemi; sono proprio in rapporto diretto, da matematico stavo dicendo biunivoco, fra il mondo dell'ecologia come è conosciuto oggi, ed il mondo dell'ecologia della conoscenza.

Wikipedia

W@H: ora parlerei di Wikipedia, di come lei la valuta; in particolare avevo notato che nei suoi discorsi la cita spesso, parlandone bene... La utilizza molto? in quale lingua? Perché la preferisce rispetto ad una enciclopedia cartacea o ad una digitale?

Davoli: Wikipedia la uso quotidianamente, è una fonte come ne esistono tante altre, ho scritto una volta un articolo "Wikipedia, storia di un miracolo imperfetto"[4]: è imperfetto, ha degli articoli che sono solo abbozzati, degli altri contengono errori, ma come ne ha ogni altra fonte. Non è che la fonte cartacea o le altre fonti siano immuni da difetti. L'ha dimostrato Nature in un articolo, ha preso un certo numero di lemmi scientifici dalla Britannica e da Wikipedia in lingua inglese ed ha scoperto otto errori gravi, ma erano metà per uno[5].
La uso principalmente in lingua inglese, talvolta cerco qualcosa in italiano ma prevalentemente in inglese perché è un riferimento utile anche per argomenti tecnici su materie che non sono le mie, o su materie anche di informatica che sono marginali al mio studio.
Perché si usa? perché è comoda, perché uno ce l'ha attaccata alla scrivania, incorporata nella macchina in quanto passa dal cavo di rete o dal collegamento wireless che tutti abbiamo. La preferisco a quella cartacea perché c'è, la preferisco a quella cartacea poi anche per un motivo affettivo, diciamo così... perché è nata fuori dai canoni comuni. "La storia di un miracolo": ma qual è il miracolo? far vedere al mondo che non occorrono enormi investimenti per accumulare conoscenza, perché la conoscenza non è appannaggio di pochi saggi che siedono nel comitato di redazione dell'enciclopedia Britannica; l'intelligenza, grazie a Dio, è una caratteristica diffusa a tutto il genere umano. E quindi accumulare l'intelligenza di tante persone collegate in rete fa in modo che possiamo avere un rapido accumulo di lemmi che fanno una enciclopedia. Questa è la storia del miracolo. Va migliorato, bisogna stare attenti, occorre divulgare l'etica dell'accesso ad un wiki: io non oserei mai mettere mano a dei contenuti che mi riguardano, su Wikipedia, perché trovo giusto così. Invece so che si son dovuti studiare dei meccanismi tecnici per evitare che persone del congresso americano giocassero a cambiare i propri dati ed i dati dei propri diretti avversari.


W@H: ... sì, cose simili son successe anche in Italia...

Davoli: sì, occorre divulgare l'etica, ed occorre una forma di governance, è quella la sfida per il futuro di Wikipedia, ed anche qualche commentino che arriva a Wikipedia viene da quel punto di vista, che consenta da un lato di lasciare la libertà, dall'altro di evitare speculazioni sulla libertà. Molto spesso mi son detto "mi metto a scrivere degli articoli su Wikipedia", ma devo dire che da professore universitario, nonostante che Wikipedia sia questo progetto cooperativo, mi sento un poco a disagio a scrivere, mi piacerebbe che ci fosse un comitato di redazione a cui sottoporre il mio articolo in modo da chiedere "ma è coerente? va bene per quella che è la vostra linea editoriale? è troppo approfondito?" o anche collaborare con colleghi. Quando penso di scrivere la prima pagina su un argomento anche che conosco bene, la sensazione è "chi sono io per poter dare la visione base di Wikipedia su un argomento?"
So che invece nel mondo ci sono persone che al contrario si sentono di dare opinioni di base sull'argomento pur non avendone le competenze... il mondo è bello perché è vario!
Però la sfida che secondo me ha Wikipedia davanti è quella di bilanciare e trovare la maniera di lasciare la libertà che l'ha resa grande, mentre al tempo stesso deve riuscire a limitare gli abusi.
Io penso che ci siano tanti problemi a questo mondo, ma la mia speranza è che la maggior parte delle persone operi correttamente, quindi secondo me Wikipedia dovrebbe studiare dei meccanismi tecnici che consentano una autocorrezione, in modo che ci sia una sedimentazione della conoscenza, basata anche sulla misurazione della qualità da parte degli utenti stessi che certificano la qualità.
Quindi Wikipedia deve rimanere libera, ma deve fare in modo che sia la comunità stessa ad espellere quel rumore che qualcuno non competente o con malignità ha inserito. Non deve essere un controllo calato dall'alto se no diventerebbe una enciclopedia in rete, gratuita ma non più libera, quindi una Britannica su rete. Non è questo Wikipedia, perderebbe la sua natura.


W@H: come giudica il fatto che un suo studente potrebbe prendere gli appunti dalla sua lezione e passarli su Wikipedia? Sia dal punto di vista del riconoscimento del suo lavoro, sia dal punto di vista della qualità di ciò che viene inserito.

Davoli: io non ho problemi alla divulgazione delle lezioni, tant'è vero che tutte le mie lezioni sono disponibili in streaming su rete, in versione real time, in diretta. So che vengo anche registrato ed una persona (studente o no) può rivedere le mie lezioni dopo, quindi non c'è alcun tipo di problema sulla segretezza di quello che dico a lezione.
Dall'altra parte lo studente è libero di mettere i suoi appunti dove vuole, l'importante è che lo studente non dica che sono i miei appunti, in quel caso farebbe a mio avviso una cosa scorretta e penso anche sanzionabile, perché mi attribuirebbe la paternità intellettuale di qualcosa che non è mio. Se scrive "questi sono i miei appunti della lezione di Davoli" è libero di farlo.
Poi sarà cura di altri studenti, di altre persone, la mia se capita e se ho la possibilità di farlo, andare a correggere se ha introdotto eventuali errori.
Quindi non c'è nulla di male, lo facciano, mi piace l'idea.


W@H: dal punto di vista della qualità sarebbe un valido modo per contribuire? Garantirebbe informazioni corrette?

Davoli: assolutamente, se c'è una comunità. Il bello è la comunità: se c'è il singolo studente che prende la lezione, la mette lì e nessuno la consulta, ed il primo che li andrà a vedere otterrà un contenuto di una qualità relativa.
Ma se c'è una comunità si crea la qualità. Lo fanno i miei studenti all'interno del corso di laurea usando strumenti come wiki locali oppure newsgroup, si passano appunti, si passano informazioni; quelli del master hanno un wiki; alla fine la comunità, che è alla base di Wikipedia, genera qualità. Se qualcuno ha scritto una corbelleria l'altro la corregge, è il teorema del software libero.
I detentori del software proprietario vengono a raccontarci, o vanno a raccontare ai poteri decisionali pubblici o anche privati, che il software libero è pericoloso perché tutti sanno come è fatto, allora uno brutto e cattivo potrebbe andare a cercare l'errore nel programma e sfruttarlo. Ma è vero anche il contrario, anzi è maggiore l'effetto contrario: siccome tutti sono in grado di guardarlo, tutti sono in grado di correggere se ci sono eventuali errori. Se uno prende la lib SSL, la libreria che fa la crittografia in Linux, lì tutti sappiamo come è fatta, da anni la usiamo, è ritenuta sicura, è usata da tanti, se c'è un problema viene aggiornata prontamente. Quella è molto più sicura di ogni altra cosa proprietaria, che può avere tantissimi errori di cui nessuno sa l'esistenza e tra l'altro il primo che ne scopre l'esistenza e non lo racconta agli altri ha il passepartout per entrare, per forzare i sistemi di protezione.
La comunità è la qualità; è la vostra chiave di lettura, è la nostra del software libero, e bisogna farlo capire agli utilizzatori di Wikipedia e del software libero.


W@H: l'ultima domanda era appunto se ha senso applicare il sistema di controllo e verifica tipico del software open source anche a settori molto influenzati dalle opinioni personali come un'enciclopedia?

Davoli: l'enciclopedia è molto vasta, dipende dai contenuti. Per i contenuti scientifici c'è una qualche forma di verificabilità del risultato - ancora grazie a Dio abbiamo Galileo che ci insegna il metodo sperimentale. Alcuni scienziati devo dire che l'hanno dimenticato: pubblicano articoli con risultati basati su software proprietario, l'esperimento non è ripetibile, non è verificabile, quindi per me non è scienza, però questo alcuni non lo reputano un problema...
Comunque, in campi dove c'è la verificabilità questo è più facile, il problema è quando andate a pubblicare degli articoli sull'enciclopedia dove entrano in ballo l'emotività, problemi politici piuttosto che problemi religiosi o anche più brutalmente sportivi.
La pagina di una squadra di calcio può esser soggetta ai tentativi di cambiare dei contenuti per motivi che non hanno nulla a che vedere con la conoscenza.
È difficile, io non ho la panacea... l'unica chiave è andare a vedere caso per caso, o classe di problemi per classe di problemi, come risolvere questo tipo di conflitto. Non penso possa esistere la soluzione globale, sicuramente la comunità di Wikipedia è una comunità che ha a cuore il progetto, quindi è una garanzia. Andiamo ad interrogarci sullo scopo delle persone che vengono a scrivere su Wikipedia, e diamo un peso agli interventi in funzione del grado di collaborazione. Se uno nella vita ha scritto molte pagine per Wikipedia e ha corretto errori con azioni non successivamente contestate da altri, appare strano che vada poi a far perdere di valore il progetto, sarebbe dire che sta screditando un po' se stesso.
Invece chi è un utente estemporaneo può anche darsi che sia semplicemente il tifoso che vuole scrivere insulti alla squadra avversaria perché la partita non ha avuto il risultato voluto.
Forse questa può essere la chiave: per citare la Costituzione (art.53, ndr) occorre in Wikipedia "valutare la capacità contributiva", là parlavano delle tasse, qua parliamo di conoscenza, che il cittadino della rete può dare a Wikipedia.

W@H: Grazie mille

Davoli: Grazie a voi.
Wikinotizie
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Questa intervista esclusiva riporta notizie di prima mano da parte di uno dei membri di Wikinotizie. Vedi la pagina di discussione per avere maggiori dettagli.


Note

  1. 1,0 1,1 vedi anche www.copy4love.org
  2. vedi il sito della campagna (cliccare qui se non funzionante) e la pagina di raccolta firme su petition online
  3. 9.300 adesioni a fine ottobre; al 2 dicembre sono oltre 9.700, vedi qui
  4. L'articolo su UNIBO Magazine
  5. vedere in proposito l'articolo apparso su Nature.com il 15 dicembre 2005 [1]